Ono Scream: Ono Scream

0
Condividi:

Se questo disco fosse uscito trent’anni fa, magari ci avrebbe fatto impazzire. Dal momento che, invece, appare nel 2017, la storia ed il senso sono diversi. Ma non lo è il piacere che si prova nell’ascoltarlo. Ono Scream è il progetto solista del belga Bart Willems, uno dei due fondatori di Apparaat, band di Anversa nota, forse, soltanto ad alcuni. Ma mentre Apparaat si ‘posiziona’ in area rock/electro, con suoni decisamente ‘cattivi’, Willems ha scelto per ‘identificarsi’ uno stile postpunk assai tetro (nonché rétro!), con atmosfere oscure e i Joy Division percepibili sullo sfondo, ma anche una sorta di aggressività ‘latente’ che traspare oltre che nella gravità del basso, soprattutto nelle tonalità ‘velate’ e quasi ambigue della voce che oscillano fra la disperazione ed il mistero: lo stesso monicker da lui preso sembra sia da riferire al ‘primal scream’ di Yoko Ono, un abbinamento che, in effetti, fa pensare. Del resto, come si è letto in web, è stato proprio Willems a indicare fra le sue principali fonti di ispirazione, oltre ai classici del postpunk, la musica ‘galvanizzante’ di The Soft Moon. Da quanto finora detto, sembrerebbe quasi che, in questo debut album Ono Scream, non vi sia nulla di originale da aspettarsi: in realtà, è ormai assodato, la depressione e l’inquietudine non passano mai di moda ed esistono sempre forme nuove e ‘moderne’ di manifestarle; le sedici tracce di Ono Scream ci riescono molto bene. Apre “I’m The Hollow Man”, il basso ci conquista in pochi secondi e l’oscurità scende su di noi: qui sono sicuramente i Joy Division a imperversare con il loro logorante ‘spleen’. Poi, “That Salty Taste” ci ‘ammorbidisce’ con una chitarra in modalià ‘wave’ che sembra guardare ai Bauhaus – per altro, li ritroviamo anche più avanti in “No More”! – mentre “This Endless Walking”, in cui compare la sobria voce femminile di Gwen Vanderstraeten, lascia temporaneamente le tenebre per avvicinarsi alla malinconia dolce di certi Cure. In “Leather Girl” si avverte maggiormente la presenza elettronica e il canto diviene più ‘distante’, appropriandosi di toni assai ‘drammatici’, bene evidenziati dall’ottimo lavoro del basso; quindi, dopo la ‘torva’ elettronica e i suoni ‘distorti’ di “What Have They Done?” e di “Seventh Of Seven” – quest’ultima arricchita anche da sinistri echi! – inevitabile trovare un ‘luogo nero’ (“Dark Black Place”) in cui la musica penetra cadenzata e ‘minacciosa’, schiudendo cupi e visionari paesaggi: stessa formula in “No Escape”, dove il clima diviene davvero sinistro. Non mancano comunque momenti minimali dal retrogusto vagamente funky (“I Need A Disease”) o episodi di stampo ‘gotico’ dai colori invariabilmente deprimenti (“This City’s A Wasteland”), così come, su una tracklist di ben sedici brani, impossibile non trovarne qualcuno meno necessario, per esempio “Shut Your Mind” o “All Gone Wrong” che paiono un’imitazione poco riuscita dello stile di Nick Cave. In chiusura, troviamo infine la versione acustica della prima traccia “I’m The Hollow Man”, che conclude con tristi ed evocative sonorità ‘folkeggianti’ un disco da ascoltare assolutamente.

Condividi:

Lascia un commento

*