Selofan: Ciné Romance

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I Selofan hanno decisamente imboccato la strada giusta e rilasciano in questi giorni Ciné Romance, il quarto album, dopo poco più di un anno dall’ultimo Sto Skotadi. Fedeli all’impostazione elettronica che da sempre li caratterizza, melodici quanto basta così da rendere graditi anche i momenti più freddi e ‘industriali’ – di cui si registra qui un significativo ‘incremento’ con risultati assai efficaci – e, occasionalmente, non alieni da una ‘briosa’ sperimentazione, come già si era notato in precedenza, i due si muovono con sicurezza e determinazione fissando con chiarezza, disco dopo disco, le linee guida del loro stile. Ciné Romance si rivela dunque come un lavoro vario e grintoso, che ‘cresce’ con gli ascolti e attinge contemporaneamente dal passato e dalla modernità, che i nostri mostrano di saper padroneggiare. Si comincia con “Litany against Fear” – sembra proprio un riferimento a Dune di Frank Herbert o al film che ne ha tratto Lynch! – in cui la parte vocale è una sorta di esortazione ‘contornata’ da robusti suoni dal sapore electro, lugubri cori ed un clima niente affatto sereno. Poi, “Shadowmen” opta per la new wave classica della quale interpreta lo spirito in modo molto spigliato e lo stesso mood aleggia nella seguente “The One You Wanted”, che di certo strizza l’occhio al dancefloor piuttosto che ai paesaggi gelidi e minimali abituali per il duo: brani come “Romance”, scanditi da un tesissimo basso, sono comunque freddi a sufficienza da non farceli dimenticare. Ma come si è già accennato, l’ispirazione dei Selofan è divenuta quanto mai eclettica: ecco quindi “Lithium”, un ulteriore omaggio alle sonorità industrial ed electro ‘condite’ da elementi decisamente ‘avantgarde’ e, subito dopo, la curiosa “La Industria Del Sexo”, con il suo testo in spagnolo, che evoca ambientazioni torbide e ambigue. La desolazione prende quindi il sopravvento in “Σελοφάν” (Cellophane) con le note tristi della tastiera ed il canto ricco di pathos, mentre “Μαυσωλείο” (Mausoleum), nel conservare lo scenario tetro, vi aggiunge una ritmica ben sostenuta, prima che all’ascoltatore vengano poi ‘affibbiate’ le visioni ‘robotiche’ di “Νεοελληνικό Σκηνικό” (Crime Scene) o l’andamento ipnotico, quasi snervante di “Βραχυκύκλωμα” (Short Circuit). Si finisce con la malinconia uniforme di “Το Υπόγειο” (The Basement), ‘costellata’ di ‘passaggi’ brillanti di sax e il gelo industriale, seccamente cadenzato, di “Tomorrow’s Ghosts”, la traccia bonus, che conclude in modo soddisfacente un disco elegante e mai noioso.

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