“Song to song” di Terrence Malick: non solo canzoni…

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Fra i suoi ultimi film sicuramente il più accessibile, questo Song to Song, nel quale Terrence Malick si propone di esplorare la complessità della relazione amorosa usando un linguaggio che, rispetto ad altre sue opere, potremmo quasi definire realista. Della linearità – almeno apparente – della trama è dimostrazione il fatto che, pur restando fedele ad una serie di scelte stilistiche che fanno parte della sua arte, il regista consente allo spettatore di riconoscerne lo sviluppo con relativa semplicità: si tratta infatti dell’esperienza di vita di una giovane donna, che oscilla fra il sentimento profondo che la lega al suo compagno e la misteriosa attrazione ‘chimica’ che prova per un altro uomo, dal primo completamente diverso. In tre righe, quindi, il più è detto e, forse, i fatti concreti in sè non basterebbero a rendere così densi gli oltre centoventi minuti della pellicola: ma ciò che Malick racconta qui, non è la concretezza di eventi che si susseguono nel tempo, l’uno conseguenza dell’altro, bensì la verità del mondo interiore, che risponde a logiche proprie, fluide e non esattamente afferrabili; egli narra pensieri che non devono sottostare ad una reale sequenza, tuttavia portano ad una crescita… già il ‘portare’ a qualcosa presuppone un’evoluzione ed un punto di arrivo, che non sono stati sempre evidenti in altri film di Malick.
Faye e BV, entrambi musicisti, si conoscono a casa di un noto produttore, dal quale entrambi potrebbero ricevere supporto alla loro carriera. Fra i due nasce un amore travolgente, vissuto con giovanile leggerezza: ma BV non sa che fra il produttore Cook e la sua ragazza vi era stata una precedente relazione non ancora giunta a conclusione; l’incapacità di Faye di resistere alla passione per il carismatico Cook e il rapporto amichevole che, nonostante tutto, si crea fra i due uomini complicano la situazione fino a generare una sorta di intollerabile ‘triangolo’. Molte altre esperienze, di cui faranno parte persone diverse, occorreranno alla coppia per comprendere che cosa vuole: legami nuovi, incontri con figure importanti, scambi di idee, riflessioni e prove. Fatti che indubbiamente succedono, ma che acquistano il loro senso grazie all’esposizione che scaturisce, attraverso la voce fuori campo, dall’interiorità dei protagonisti e si sovrappone alle immagini oggettive, sconvolgendone la cronologia, come è tipico in Malick, per trovare un tempo personale, connesso, appunto, con il pensiero. La musica accompagna il corso della storia scandendone, come dice il titolo, ‘di canzone in canzone’, i punti principali. Non a caso fa da sfondo alla vicenda il famoso festival di Austin, Texas e dalla scena musicale americana il regista sceglie una serie di rockstar che, nel ruolo di se stesse, contribuiscono al suo svolgimento: ecco, dunque, comparire Iggy Pop, John Lydon, Flea dei Red Hot Chili Peppers, Lykke Li e, principalmente Patti Smith, alla quale viene assegnata una parte più attiva, poichè, accennando anche brevemente alla propria esperienza matrimoniale, aiuterà effettivamente Faye a fare chiarezza in se stessa e a ‘perdonarsi’ le indecisioni e le debolezze  e, curiosamente, assumerà una funzione ‘protettiva’ assai in contrasto con la trasgressione che da sempre incarna.
I punti di forza di Song to Song sono comunque il cast e la fotografia di Emmanuel Lubezki, una garanzia ‘tecnica’ di cui Malick si avvale ormai abitualmente. Benchè tutti gli attori da lui voluti siano di primo piano – Gosling e Fassbender al culmine della carriera, Rooney Mara e Natalie Portman in piena ascesa, e c’è persino la diva Cate Blanchett in un ruolo secondario della durata di pochi minuti – è l’attrice che incarna la protagonista Faye ad emergere prepotentemente in quella che, senza esagerare, può essere definita come la sua interpretazione migliore. Pur no n avendo di fronte una bellezza abbagliante, la macchina da presa segue Rooney Mara con amore infinito, sottolineandone l’esilità/delicatezza e l’eleganza timida che la fa quasi somigliare a Audrey Hepburn, nonostante quest’ultima apparisse più algida: Faye, invece, sa qui esprimere anche la passione con seducente sensualità e, quando non racconta la propria intimità, è il suo piccolo corpo a farlo. Nella galleria di donne che Malick ci ha offerto finora, Rooney Mara, al di là della parvenza di fragilità da proteggere, impersona, più di ogni altra, l’aspetto spirituale ed una suggestione quasi ultraterrena, come si può notare nelle scene in cui, insieme a BV, si muove con leggerezza al centro di paesaggi talmente meravigliosi da sembrare irreali, godendo di quella perfezione che è riservata agli amori più grandi e indimenticabili.

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