Anathema: The Optimist

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Stando a quanto chiarito dai membri della band, The Optimist, ultimo, recentissimo lavoro degli Anathema, è un concept che si ricollegherebbe direttamente all’album del 2001 A Fine Day To Exit, a suo tempo parecchio criticato, nonostante fosse un disco bellissimo, da chi li apprezzava fin dagli anni ‘90. Con molto dispiacere e, per quanto mi riguarda, per la prima volta, non si potrà attribuire un giudizio positivo su The Optimist che, inaspettatamente, dimostra stanchezza, ripetitività e poca voglia di fare: incredibile per questo gruppo/leggenda, che ha preferito seguire una via rischiosa e meravigliosa, reinventandosi uno stile tappa dopo tappa anche se, visto che la partenza li aveva portati ad un’immediata affermazione, sarebbe stato tanto più semplice continuare a  produrre ciò che il pubblico si aspettava. Fine della magia? Non potrei neanche pensarlo. Gli Anathema per i fan sono, oltre che una grandissima band, una sorta di ‘filosofia’ e le strade su cui viaggiano non sempre sono accessibili, figuriamoci comprensibili. Vederli suonare dal vivo è, letteralmente, un’esperienza mistica cui ci si sente come ‘ammessi’ e dalla quale si viene fuori ‘segnati’. Capire, quindi, cosa stia succedendo non è facile e c’è chi ci prova fin dallo scorso, sempre bello Distant Satellites che, come si è sentito in giro, a tanti non è piaciuto. Le undici tracce di The Optimist sono, comunque, in linea con le dieci di Distant Satellites molto più che con le dieci di A Fine Day To Exit; il disco sembra una raccolta di b sides o di brani che erano rimasti ‘d’avanzo’: non sono brutti ma, rispetto all’abituale livello degli Anathema, appaiono francamente deludenti. Fin dalla brevissima intro “32.63N 117.14W” – intitolata alle coordinate della spiaggia di Silver Strand, San Diego, quella della copertina di A Fine Day To Exit – i nostri paiono volersi ricollegare a un discorso già iniziato: le note di “Leaving It Behind”, dopo,  hanno essenzialmente il sapore del già sentito e se non fosse che la voce di Vincent Cavanagh, qui come altrove, è autentica poesia, e che la chitarra fa sempre e comunque la sua splendida figura, ben poco ci sarebbe da dire. Nella seguente “Endless Ways”, introdotta da un piano anche troppo languido, troviamo al centro la voce di Lee Douglas che, come si vedrà, è presente in molte tracce: non stupefacente ma più matura, spontanea e affatto priva di manierismo la vocalist affronta abilmente il crescendo del brano fino all’‘apoteosi’, tornando alla dolcezza sfumata del finale e sfornando una delle prove migliori del disco. La title track riprende così dal pianoforte ma il bel canto di Vincent, abbinato al controcanto di Lee, non riesce a ‘riempire’ di senso una melodia onestamente non troppo riuscita nonostante qualche momento di ‘epicità’ in chiusura; anche “San Francisco” riparte dal piano, stavolta più vigoroso, e le tastiere di Daniel Cardoso aprono ampi scenari atmosferici di notevole effetto, ma un po’ ‘stranianti’ in un album degli Anathema. La successiva “Springfield”, uscita anche come singolo, ripresenta il solito modulo piano-dolce-con-voce-femminile-dolce e, sempre come da programma, i suoni aumentano via via di potenza grazie soprattutto alla proverbiale chitarra di Danny Cavanagh, ma ormai queste scelte non stupiscono: ciò che invece stupisce è trovare poi brani per così dire ‘superflui’, come la melodica “Ghosts” o la pop/orecchiabile “Can’t Let Go”. Si può dire che, delle tracce restanti, soltanto la conclusiva “Back To The Start”, che ‘sfocia’ infine in una sorta di ghost track fatta di voci e suoni confusi, meriti la menzione, se non altro perchè introduce numerose variazioni di stile, alcune delle quali davvero insolite: ma quando la musica termina, la delusione assale…

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