Eden: The Edge of Winter

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Emoziona recensire il nuovo lavoro, apparso a più di vent’anni dall’ultimo, di uno dei gruppi che più avevo amato della scena Ethereal, gli australiani Eden, che nella formazione originale annoveravano Pieter Bourke, anche collaboratore di Lisa Gerrard dei Dead Can Dance.

Della line-up originaria è rimasto solo il cantante e mente Sean Bowley, che è riuscito, nonostante i vecchi e nuovi cambiamenti di line-up, a mantenere l’inconfondibile stile del gruppo e questo vale anche per The Edge of winter.

L’album è composto di dodici pezzi (dieci nella versione digitale) che paiono un metaforico viaggio dalle tenebre verso la luce.

“Death of a diamond” è aperta da un refrain abbastanza oscuro sul quale si staglia la voce di Sean, carica di un pathos elegiaco a cui fanno da sfondo gli arpeggi delle chitarre.

“Lost and found” è più intimo, evocativo e forse rappresentativo degli “anni del silenzio”; come una confessione che si svela su delle note a volte eteree interrotte da riff più decisi e roccheggianti, ma sempre pregne di emozione.

È difficile indicare un pezzo preferito in un album tutto di altissimo livello, ma per me questo è “Girl with the violin”, dove la musica, ancora più impalpabile, e la voce di Sean, che sembra invocare questa ragazza, donano a questo brano le tonalità romantiche di un sogno.

“All the time in the world” è un pezzo più orchestrale, che, a dispetto del titolo, pare descrivere l’inquietudine umana di fronte al tempo; e forse il titolo, ripetuto ossessivamente nel refrain è come un esorcismo di questo malessere.

“Suantriade” è pervasa da un fascino arcano, che evoca ai miei occhi distese deserte dove l’uomo si perde, stordito dal sole ed ingannato dai miraggi.

“The edge of winter” si apre con delle sonorità oscure, quasi industriali, la cui inquietudine è amplificata dai vocalizzi baritonali di Sean, che pare dare un addio alla vita che presto verrà sepolta dai rigori dell’inverno.

“Returning” per contrasto è vitale e più luminosa, come un ritorno da un sogno o della primavera dopo un lungo inverno, forse dell’anima o del cuore, che vogliono tornare a vivere ed amare.

“Perfume garden” è come un tripudio di sentimenti, speranza, forza interiore, messo in evidenza anche dagli accordi più ariosi ed alti: in fondo tutte le persone esiliate sulla terra aspirano al ritorno al profumato Giardino dell’Eden. Questo pezzo pare racchiudere l’essenza della ragione per cui Sean ha scelto questo nome per la sua band.

“December” è un pezzo evocativo, come i racconti che si narravano di fronte ad un camino in inverno, come i ricordi di infanzia, forse della magia del Natale, dei suoi canti e dei suoi rituali che col tempo si impregnano di dolcezza.

“Fryerstown” è ariosa ed evocativa, come il ricordo di un frammento di vita che assume un’aura onirica e nostalgica… Qui la voce di Sean spazia da toni cupi ad alti fornendoci prova della sua bravura e di come una voce possa essere evocativa, tanto da far apparire davanti ai nostri occhi immagini che ci sono solo raccontate. Questo è il potere della musica: suggerire alla nostra sfera emotiva ed intuitiva.

“Sky above” ha qualche ammiccamento al gotico che qui diventa una suggestione metafisica; i riff di chitarra, mi fanno pensare al tentativo degli uomini di raggiungere le sfere superiori e connettersi con il Tutto.

“Winter” ha delle sonorità struggentemente elegiache, come una lacrima di addio in cui appaiono per un attimo memorie care. L’inverno è il momento in cui la Natura si riposa, il tempo delle riflessioni che ci porteranno a rinascere, come nel ciclo infinito delle stagioni.

Un lavoro coinvolgente, maturo, che non deluderà i vecchi fans e spero incuriosirà le nuove leve all’ascolto. Il CD è appena stato presentato al Wave Gothic Treffen e a giudicare dalle foto che ho visto, il pubblico europeo non si è certo dimenticato di loro e gli ha dato un entusiastico bentornato.

TagsEden
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