“Scappa – Get Out” di Jordan Peele: non aver paura dell’uomo nero!

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Si è rivelato una vera scoperta il lavoro d’esordio del giovane Jordan Peele, già impegnato come attore, scrittore e produttore, e ora alla prova come regista. Scappa – Get Out, infatti, che si presenta, all’apparenza, come un horror dalla trama relativamente originale, diviene poi qualcosa di assai superiore dimostrando come, fra una ‘frattaglia’ ed un sorriso, si possa fare un’opera autenticamente ‘impegnata’ servendosi al contempo della suspense e della satira e riuscendo a centrale il bersaglio principale: la coscienza.
Ad essere onesti, comunque, in Scappa – Get Out di ‘frattaglie’ ce ne sono abbastanza poche e il sangue che scorre ha sempre una giustificazione priva di compiacimento. La vicenda tende al thriller e dunque la suspense è d’obbligo: gli eventi si susseguono con ritmo serrato tenendo l’interesse costantemente acceso e il finale non delude. Ma, come si accennava, dall’impostazione tradizionale, ricca di riferimenti a vari classici del genere, traspare quella che si può definire una vera e propria ‘tesi’ – che il nostro Peele sia un ammiratore de La notte dei morti viventi è venuto in mente a molti – e riguarda alcuni aspetti della società americana attuale, in particolare a livello della borghesia benestante, solo apparentemente progressista e aperta, sostenitrice di Obama in teoria ma in pratica dominata da un razzismo strisciante forse anche più pericoloso della violenza del passato, perchè più difficile da riconoscere e da combattere.
Il rapimento di un afroamericano da parte di un misterioso aggressore nei primissimi minuti della pellicola sembra lì per lì non avere nessun rapporto con la vicenda in sè e il suo significato si comprenderà soltanto alla fine. Subito dopo, infatti, conosciamo Chris, il giovane di colore protagonista della storia, il quale ha una relazione con la graziosa Rose, studentessa moderna, disinvolta e, soprattutto… bianca. Che la ragazza abbia idee aperte pare fuori di dubbio; qualche incertezza sussiste però circa l’accoglienza che la famiglia di lei gli riserverà, quando Rose propone di trascorrere un weekend riposante dai suoi anche per presentare ufficialmente il fidanzato. Il fatto che, fin dall’arrivo, l’atmosfera in casa Armitage sia quanto meno tesa ed imbarazzata e che la servitù sia costituita da due persone rigorosamente di colore non stupisce affatto Chris che, forse, ha avuto ampiamente modo di sperimentare analoghe situazioni. Ma Rose sembra turbata e delusa dall’atteggiamento dei genitori e dispiaciuta dal trattamento che il suo innamorato deve subire da parte loro: oltre alla collezione di gaffes e indelicatezze di vario tipo di cui è l’oggetto, viene persino sottoposto dalla futura suocera – terapeuta di professione – ad una seduta di ipnosi con il pretesto di aiutarlo a smettere di fumare. Inutile dire che dietro alla facciata di apparente normalità si nascondono molti segreti incredibili che verranno alla luce in occasione di una celebrazione solenne animata dalla famiglia Armitage al completo: la posizione di Chris si rivelerà a questo punto estremamente pericolosa in quanto egli, dopo aver compreso il motivo per cui i due servitori neri Walter e Georgina si comportino in modo così strano, dovrà evitare di fare la loro stessa fine.
Raramente l’ipocrisia, la falsità e la fondamentale intolleranza della società statunitense, anche a livello delle classi più colte e privilegiate, si è vista rappresentata in un film con tale verità e chiarezza. Sgomenta considerare che mentalità come quelle che qui si delineano, provengano proprio dagli ambienti che hanno sostenuto con l’entusiasmo maggiore la presidenza Obama – nominato in numerose scene con grande reverenza – e che si crede costituiscano ’‘intellighènzia’ della nazione americana. Gli afroamericani, dei quali si apprezza la prestanza fisica e poco altro, vengono ‘usati’ da una diabolica famiglia per perpetuare il predominio dei bianchi, privati di tutte le loro caratteristiche fino a diventare fantocci apatici e deboli, inutili a se stessi e ai loro simili. L’idea del regista risulta evidente: occorre ribellarsi e lottare per recuperare dignità e libertà, esattamente come fu ai tempi della guerra di secessione, che pure a noi pare tanto lontana. In realtà i progressi conseguiti da allora non sono assolutamente sufficienti, sembra dirci Peele che, con abilità, competenza e, soprattutto, coerenza traveste da film dell’orrore un acuto e lucido messaggio socio-politico.

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