The Eden House: Songs for the broken ones

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Il progetto di Stephen Carey giunge al quarto capitolo di una discografia che accresce il suo spessore ad ogni nuova uscita, chissà se i piani dell’ex-Adoration e This Burning Effigy abbracciavano una visione temporalmente così ampia, allorquando una diecina d’anni or sono diede vita a The Eden House. La formula si è rivelata efficace, un nucleo “forte” (oltre a Carey, Tony Pettitt e Simon Rippin, ovvero il vertice del brit-goth) affiancato da una serie di collaboratori (tra i quali spicca il violinista Bob Loveday) e voci femminili personali e talentuose.

Preso a bordo Rob Leydon (Voices of Masada, Adoration ma sopra tutto Red Sun Revival), ma solo per i live, confermati i servigi di Simon Hinkler (tanto per incrementare il tasso di classe), “precettato” Valerio Lovecchio (colui che “sta dietro” al marchio Swiss Dark Nights, suona la chitarra su “12th night”), il complesso da alle stampe un disco che pare assemblato su misura per i palati goth più esigenti (e pure di più aperte vedute).

Le cantanti: Monica Richards risolve il compito affidatole facendo ricorso ad un’oncia del talento stellare possiede in abbondanza, sette brani su dodici sono nondimeno affidati alla sua ugola dorata. Louise Crane è l’interprete della passionale “Misery”, florilegio di citazioni “missionarie” (opera Simon Hinkler, infatti) con una spruzzata di All About Eve a rendere ancora più gradevole il bouquet. Poi ci sono Meghan Noel Pettitt, ed il posto se lo è meritato, Lee Douglas (Anathema) e la versatile Kelli Ali.

“Start” affidato a “Verdades”, testo in spagnolo che veste magnificamente un episodio curato nei minimi particolari, non per nulla scelto come primo singolo e video, doppiato da una “One heart” che viaggia su un ritmo sostenuto da basso e batteria impeccabili (non siamo distanti da casa Faith and the Muse). Già annotata “Misery”, con “12th night” si colgono i frutti maturi dell’ispirazione, la quale non difetta certo a questo team di veterani alle prese con un brano dalla trama ricchissima. Le delicate ballate “The ghost of you” (con la Pettitt) e “Let me in” sono ammantate d’un prezioso velo di Adult Oriented Goth, i più “datati” (come il sottoscritto) apprezzeranno le loro iridescenze e le infinite sovrapposizioni esaltate da una produzione impeccabile. In “Ours again” il violino di Rob Loveday si fa spazio arricchendo un brano suggestivo ed assai coinvolgente (maestosa vieppiù la Richards), “It’s just a death” abbraccia il lirismo dei già citati All About Eve risolvendosi in un esercizio di stile per Carey, Pettitt & co. (che possono bearsi della bravura della Douglas). In mezzo a cotanta gloria “Words & deeds” appare addirittura ordinaria, ma c’è chi si ridurrebbe sul lastrico per possederne l’anima! M’ha provocato uno scossone, con quei suoni provenienti direttamente dagli anni ottanta che mi hanno indotto a posare sul piatto la mia preziosa copia in vinile di “Flesh + blood” dei Roxy Music. Ascoltando “Kiss kiss bang bang” dovrete mondarvi d’ogni pregiudizio: le emittenti radiofoniche nazionali (non solo quelle locali, che lo faranno!) dovrebbero inserirlo in rotazione pesante nei loro palinsesti, emana un’aura di oscura sensualità fusa in una spontanea inclinazione “pop” che pare provenire dagli anni sessanta, merito di una Kelli Ali (sì, proprio quella degli Sneaker Pimps) assai a suo agio nelle vesti di musa goth. “Second skin” è esercizio di stile che TEH sviluppano ricorrendo all’esperienza, i semi della quale hanno abbondantemente distribuito nel corso delle singole carriere, tutto appare così perfetto, quasi asettico, ma siamo in chiusura o quasi, e fino ad ora non abbiamo rilevato caduta alcuna. Finale appropriatamente affidato alla texture elegante di “The ardent tide” con la Crane e la Pettitt a scambiarsi il microfono in un tripudio di sonorità soffuse, vagamente ermetiche, da ascoltare in automobile, nel cuore della notte, attraversando una città dormiente.

E così anche Songs for the broken ones giunge all’ultima stazione. Ottimamente composto ed eseguito, certo manca il brano memorabile, l’anthem, l’episodio travolgente. Tutto appare levigato, rifinito con cura maniacale, volto ad una ricerca della perfezione assoluta che di questi tempi può apparir stucchevole. Eppure non c’è uno, dico uno di questi dodici capitoli che scenda al di sotto della piena e meritata sufficienza, con diversi picchi di raffinata pregevolezza a renderlo ancor più affascinante. Disco unitario nel suo insieme, che ci lasca con una amara considerazione: rimarrà opera per pochi, ed è un peccato, perchè una raccolta di ottime canzoni come questa merita una ampia diffusione. C’est la vie, ma una perla come “Second skin” non può lasciarvi indifferenti!

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