Condemnatus: Beyond the Solitude: The Void

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Questo è il quarto album del progetto solista del musicista messicano David B. di cui per mancanza di tempo non avevamo mai parlato prima. Come gli album precedenti è in download gratuito su Bandcamp, poiché, come lui stesso dichiara, lo scopo principale è esprimere e forse alleviare il suo stress emozionale.
Questa premessa esprime chiaramente un concetto che a volte passa sfugge a chi ascolta: il fatto che spesso la musica più intensa, coinvolgente sul piano emozionale, è come una perla che approda a riva trasportata dalle onde di un mare di lacrime.

“After the abyss”, inizia con degli accordi di piano che fanno pensare ad un cammino verso qualcosa: probabilmente l’abisso che attira e spaventa allo stesso tempo, come ci suggerisce la parte centrale del brano, che si conclude con note malinconiche, come i passi di chi si riavvia verso casa dispiaciuto di non essere andato fino in fondo al percorso che si era prefisso.

“The cave” è come una discesa nelle profondità interiori: qui il piano, che pare esprimere ancora esitazione, è accompagnato dalle note di un violoncello che arricchisce di emotività il pezzo, come se esprimesse ogni singolo sentimento che abita negli anfratti inesplorati del cuore, la tristezza che lo appesantisce, tanto da renderlo quasi un luogo da temere.

“My last words” si apre con un suono di organo, simbolo di sacralità e di addii, a speranze ed ideali o forse a noi stessi. In fondo molti musicisti compongono la loro “The Eternal” immaginando la quiete che non sempre ci è concesso di trovare nella vita. Questo è uno dei due brani cantati dell’album e il testo, spesso cantato su piccoli loop di violini e fiati che ne enfatizzano il tono elegiaco, pare confermare quanto ho scritto sopra.

“The ouroboros song” ha una melodia con rimandi medievali, come a sottolineare che le questioni sull’esistenza sono da sempre presenti nel pensiero collettivo, malgrado l’umanità non sia ancora riuscita a trovare una risposta al dilemma sul significato del nostro passaggio sulla terra.

“Thorn fields” è struggimento allo stato puro, uno strumentale che non ha bisogno di un testo perché la musica esprime emozioni per le quali qualunque parola sarebbe riduttiva. Il piano emette note malinconiche, la cui enfasi è amplificata dagli archi, che paiono rappresentare la tensione verso qualcosa di tanto bello quanto irraggiungibile, come per esprimere la consapevolezza dell’irrealtà dei sogni, rifugio e tormento nello stesso tempo, un paradosso ben conosciuto da qualsiasi sognatore.

“My little broken music box” ha dei contrasti atoni che fanno immaginare una ballerina di porcellana che balla lenta in un carillon dal meccanismo rallentato dall’usura: un metaforico canto del cigno accompagnato da una melodia tanto bella quanto malinconica, che pare esprimere la nostalgia per i volteggi infiniti, per il fascino e la bellezza perduti.

“The disgusting presence of mine” trasuda tristezza, come invisibili lacrime che colano dal cuore di chi si sente fuori posto, diverso dagli altri, perché non c’è solitudine peggiore di quella interiore, non c’è oscurità più nera di quella che si insinua nei suoi anfratti, fino a far a volte pensare di essere noi la persona non adatta, e non che sono gli altri che non riescono a capire, probabilmente non si soffermano neppure a capire.

Quelle espresse dalle note di quest’opera sono senz’altro emozioni sentite da parecchie persone dell’ambiente “oscuro”, che spero trovino il tempo di lasciarsi trasportare non in una danza sulle note di una chitarra nervosa, ma in un viaggio interiore guidati dalle note di strumenti più intimi ed introspettivi, e magari di ascoltare anche i lavori precedenti di questo artista.

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