“Lady Macbeth” di William Oldroyd: una dark lady di campagna

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Come si è detto altrove, imbattersi in piena estate in un film davvero notevole è una fortuna che capita raramente e non deve passare sotto silenzio. E’ il caso di Lady Macbeth, il primo lavoro del giovane regista inglese William Oldroyd del quale, senza dubbio, sentiremo parlare d’ora in poi. Nonostante il titolo paia fare riferimento a Shakespeare, la pellicola è liberamente ispirata al racconto di Nikolaj Leskov Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, riadattato per l’occasione e ‘trasferito’ in Inghilterra dall’originaria Russia, mentre identica resta l’epoca in cui la vicenda si svolge, la metà del XIX secolo.
Una storia semplice ma terribile, con una figura femminile come protagonista e senza un messaggio morale esplicito che ne appesantisca la naturale fluidità, Lady Macbeth narra di una giovanissima donna costretta per le convenzioni del tempo a unirsi in matrimonio con una persona di buona famiglia che, tuttavia, non manifesta per lei alcun interesse e la sottomette a svariate umiliazioni obbligandola a vivere, praticamente isolata, in una triste dimora di campagna finchè il carattere ardente e volitivo della fanciulla non prende il sopravvento provocando una tragedia. L’elemento scatenante della passionalità di Katherine è l’incontro con lo stalliere Sebastian, con il quale lei conosce finalmente l’amore dopo molte squallide notti trascorse a fianco di un marito che la ignora: il risveglio dei sensi ha un effetto dirompente sulla ragazza e ne svela il lato più inquietante e pericoloso. Per difendere la relazione che le ha fatto sperimentare gli unici momenti di felicità in un ambiente che le è ostile sotto ogni aspetto – perfino le domestiche la sorvegliano per riferire ai padroni sul suo comportamento e cercano di imporle le regole della casa anche quando sono insensate – e che ha reso un po’ più ‘colorata’ la sua vita grigia e senza scopo, Katherine non esita a trasformarsi in una vera e propria criminale, capace di atti che riempiono di orrore chi ne venga a conoscenza, non fermandosi nemmeno di fronte all’omicidio. Ad uno ad uno, i personaggi che si frappongono fra l”eroina’ ed il conseguimento della sua soddisfazione vengono eliminati e la donna ricerca la realizzazione delle proprie aspirazioni senza esitazioni nè rimpianti, affermando la superiorità di una natura forte e tenace – oltre che disinibita – che i suoi nemici hanno commesso l’errore di sottovalutare. Al suo fianco, patetico appare il marito che palesemente la disprezza mentre crede di poterla dominare e meschino e banale risulta anche l’amante Sebastian la cui ‘ferina’ sensualità – che pure ha esercitato tanta attrazione sulla dark lady della casa – non è certo all’altezza della raffinata perfidia di quest’ultima. Il finale non prevede, per altro, la punizione del colpevole bensì decreta, in effetti, il trionfo di una vendetta al femminile che si rivela assai più fatale della pura e semplice sopraffazione, modalità tipica dell’universo maschile. La personalità di Katherine viene rappresentata al di sopra di ogni convenzionale giudizio, che sarebbe fin troppo facile esprimere, e la regia in genere appare essenziale, quasi disadorna, pur giovandosi di una fotografia di gran classe, che si fa notare sia nei tetri paesaggi naturali, dai colori tipicamente inglesi, che si affacciano ogni tanto, sia negli ambienti austeri della dimora dei Lester, ove la maggior parte dell’azione si svolge.
Decisamente brillante anche l’interpretazione della giovanissima esordiente Florence Pugh, perfettamente nella parte, che, con il suo atteggiamento ingannevolmente ingenuo e composto mediante il quale, però, sa trasmettere con efficacia tanto la rabbia quanto il desiderio, ipnotizza letteralmente gli spettatori; fin dall’inizio, certi suoi sguardi colpiscono come strali e fanno presagire l’oscurità che nascondono. Ma non sarebbe corretto considerare Lady Macbeth esclusivamente un film di ‘caratteri’, in quanto esso contiene, in realtà, una evidente ‘specificità’ sociale: la gabbia in cui la protagonista, dopo il matrimonio, si è trovata rinchiusa, ha fatto storicamente parte dell’esistenza femminile, opprimendola per molto tempo; forse l’unico modo per poterla spezzare poteva essere quello adottato da Katherine, cioè una violenta rivalsa, fuori da qualunque principio etico. Del resto, in un’epoca in cui leggiamo sui giornali di omicidi di donne da parte dei partner praticamente ogni settimana, tanto che è stato coniato, all’uopo, il pittoresco termine di ‘femminicidio’, la vicenda di una di loro che abbia saputo ‘infrangere’ le sbarre della propria prigione riesce corroborante. Anche se il metodo è immorale.

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