Mephisto Walz: Scoundrel

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Altri quattro anni sono trascorsi ed ecco i Mephisto Walz di Barry Galvin (Bari Bari) sfornare un nuovo disco di cui, comunque, si è sentito parlare abbastanza poco. Scoundrel contiene dodici tracce rigorosamente gothic, forse anche un po’ più melodiche del solito, secondo uno ‘schema’ cui siamo in effetti abituati, tanto da suscitare l’impressione che, in questo caso, il marchio Mephisto Walz rappresenti l’aspetto più notevole dell’intero lavoro e che i nostri abbiano finito con il vivere di ‘rendita’. Onestamente l’ascolto dell’album lascia un po’ tiepidi, con buona pace del popolo ‘dark’ che ha continuato a seguire la band nelle sue varie ‘versioni’ e si fatica a trovare dei pezzi che restino davvero impressi. Così dopo l’intro breve ma spettacolare “Another Damned” si entra subito in medias res con “Little Alice”, ritmica vivace scandita da un bel basso di classe, molto ‘chitarrosa’ e sonorità ‘sanguigne’ come vuole la più classica tradizione gothic. “Vanished Long Ago” tende verso uno stile più pop e orecchiabile e anche la title track non disdegna classici suoni rock conditi da robusti passaggi alla chitarra, mentre “Fly Away” si cimenta con uno scenario melodico quasi ‘ethereal’ dominato dal canto di Myriam Galvin: un tentativo tutto sommato non troppo significativo. Troviamo poi “Nocturne”, uno degli episodi migliori, a tinte malinconiche e denso di pathos. I restanti brani appaiono di scarso rilievo e, francamente, non riescono a coinvolgere, benché “Round the Circle”, per esempio, sia in effetti diversa e sembri ‘rischiare’ un’attitudine più sperimentale e “A Winter Song” abbia un riff decisamente apprezzabile. Tutto questo però rimane ad un livello insolitamente deludente per i Mephisto Walz e si trascina un po’ stancamente fino al finale di “Rabies”, sei minuti e passa di robusto gothic rock che, se non riscatta l’intero disco, quanto meno fa sì che non si resti con un sapore troppo amaro in bocca.

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