Arcade Fire: Everything Now

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La nuova fatica discografica degli Arcade Fire, “Everthing Now” lancia un chiaro messaggio già dal titolo. “Tutto Ora”, un’Helter Skelter degli anni ’00 che ben rappresenta quello che siamo diventati: impazienti, infelici, circondati di cose che non sono mai abbastanza, incapaci di apprezzare il bello, non solo in senso estetico ma anche spirituale. Ed è quello che è accaduto a questo disco, la cui promozione mi è sembrata un grosso tranello, una provocazione.
Licenziare infatti quasi metà album prima dell’uscita, diventa un grosso rischio perché, fin da subito in rete si è sviluppata una vera e propria “caccia alle streghe”, a sottolineare quanto gli Arcade Fire abbiano venduto l’anima, sacrificando la loro creatività per firmare con una major, contornarsi di produttori cool in grado di farti sfornare il disco che ti farà vendere, il tutto a discapito dell’arte, della sincerità, della tua onestà musicale.
Volutamente da questa bagarre informatico – mediatica ho voluto rimanerne fuori: ho visto solo i primi due video licenziati. Ho preferito aspettare, per ascoltarmi il disco nella sua interezza, una volta uscito.
Non riesco a capire cosa ci sia di così occulto e difficile che non permetta di focalizzare le cose come stanno. Vuoi “tutto e subito”? Eccoti accontentato… e sistematicamente cadi nel tranello di criticare prima ancora che ascoltare.
Criticare la campagna di lancio troppo maestosa, come se al giorno d’oggi fossero più le persone che comprano i dischi, rispetto a quelle che li scaricano…
Criticare la parte e non il tutto, come se la parte costituisse il tutto…
Criticare subito, perché io posso avere immediatamente tutti gli elementi per esprimere il mio “Everthing Now”, con pochi semplici click…
Il tutto di questo album è racchiuso in un loop senza soluzione di continuità, come dimostrato dall’omonimia che caratterizza il singolo di lancio in odor di ABBA, l’intro, l’outro e il titolo dell’album. Il detto “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” sembra essere il diktat che governa il mood dell’album. Con “Signs of Life”, infatti le coordinate musicali vengono gettate verso i lidi dei Cabaret Erotici dei Soft Cell, senza scordare di farle flirtare con il suono dance 70’s, per farci ascoltare una canzone memorabile.
Quando i Cure si scontrano con i New Order, la materia informe sulla quale plasmare il contenuto musicale genera “Creature Conform” brano che parla di suicidio. Argomento che viene ripreso e sviluppato in maniera musicalmente opposta, anche nell’emozionante e struggente “Good God Damn”, che diventa subito una delle migliori canzoni di tutto il repertorio degli Arcade Fire.
La sperimentazione reggae di “Chemistry” ricorda molto l’attitudine sandinista dei Clash e apre la strada all’irruenza punk e post-punk di “Infinite Content”, che rimanda alla mente le dinamiche di impatto che ebbe negli anni ’90 “Spin the Black Circle” in “Vitalogy”. In contrapposizione a questa energia fa capolino “Infinite_Content”, il secondo tempo della canzone precedente, che riporta la band nelle strade di “Suburbs”, per la gioia dei fans più intransigenti.
Ma è con la parte finale del disco che gli Arcade Fire assestano due colpi da KO. “Put Your Money on Me” è un brano di ottima wave 80’s che inizia come se fosse cantato da Banks degli Interpol, per poi svilupparsi su un beat che ricorda una versione rallentata della meravigliosa chiusura di “Sea Within a Sea” degli Horrors. “We don’t Deserve Love”è un pezzo lento, che ci riporta alle origini della band, ricco di pathos e molto affascinante.
Non sono in grado di dire se questo sia il migliore album degli Arcade Fire, di certo è quello che preferisco assieme a Reflektor. Rende l’idea di una band in continuo sviluppo, che ama la musica, adora manipolarla e sopratutto la rispetta.
Nel 2017 non è assolutamente cosa di poco conto.

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