She Spread Sorrow: Mine

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Mine è il secondo album della musicista piemontese Alice Kundalini, già parte dei Deviated Sister Tv e dei Dead Perfection, con il suo progetto solista She Spread Sorrow. Il primo lavoro, Rumspringa, uscito nel 2015, già dimostrava une certa complessità e poneva di fronte ad un mondo musicale caratterizzato da suoni minimali freddi e parecchio ‘distanti’ e, soprattutto, non facilmente classificabili con le formule tradizionali. E’ un mondo cui è arduo accedere, un ascolto affrettato non può assolutamente bastare e, inoltre, il più delle volte parlare di ‘pezzi’ sembra quasi una forzatura. Che si voglia chiamarla death industrial o elettronica oscura, questa musica è sicuramente capace di evocare e di trasmettere, come non accade tanto spesso, visioni di inquietudine e tormento con modalità tendenzialmente ‘figurative’. Mine prosegue il discorso già iniziato accentuando l’elemento intimista – l’ambientazione si colloca nelle stanze vuote di un collegio abbandonato, animate da vaghe presenze, ‘interne’ ed ‘esterne’ – mantenendo l’oscurità dei suoni e le ‘immagini’ suscitate si assimilano a incubi imprecisati, solo qua e là un po’ più definiti. L’opener “Crushed on the Pillow”, per esempio, dopo il torvo, vibrante esordio fra i rumori di un minaccioso spazio, introduce la più angosciosa e faticosa delle ‘narrazioni’, con la voce spesso ridotta a dolenti sussurri e la cupa trama elettronica emerge ogni tanto: il risultato è francamente straordinario e si fa fatica a sottrarsi all’attrattiva di questo scenario malevolo e tenebroso. La traccia scivola fluidamente nella successiva “Lust”, ove il ‘rumorismo’ diviene incombente fino alla totale oppressione, le visioni assumono valenza diabolica, con strani e inquietanti effetti di voce che producono una tensione indescrivibile; “On the Bank of the River” si apre con bisbigli indistinti, poi moltiplicati da echi misteriosi che suggeriscono presenze ultraterrene e i suoni, a parte il ritmo cadenzato, sono limitati al minimo. La title track, infine, rinuncia anche ai sussurri, optando per un rumorismo più freddo e ‘impersonale’, vicino ai più desolati paesaggi ‘metropolitani’ nei quali la percezione di quanto è umano si perde, mentre, in chiusura, “Straight Back” conclude con parole ‘raccontate’ e musica rarefatta – ma con un senso di emozionante sospensione! – un album che di certo non troverà pletore di fans ma espressivo, personale e ricco di suggestione.

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