Gary Numan: Savage: Songs From A Broken World

1
Condividi:

La classe di un personaggio come Gary Numan è innegabile, al di là delle eventuali problematiche commerciali. Questo nuovo album Savage: Songs From A Broken World, nato con il supporto ‘materiale’ dei fan, è un disco impeccabile che, pur non offrendo spunti inediti, di certo dimostra maturità ed esperienza e rappresenta un autentico piacere per le orecchie. Prodotto magistralmente da Ade Fenton, che ha già collaborato in passato con Numan, a quanto si è letto, sarebbe stato pensato in gran parte durante la campagna elettorale di Trump e questo spiegherebbe i contenuti da ‘concept album’: il tema non è infatti tra i più leggeri, giacchè si tratta della rovina del nostro ambiente a causa del riscaldamento della terra e della visione distopica di un mondo in totale decadenza. In perfetta sintonia con i contenuti, l’atmosfera dei brani appare dunque assai ‘fosca’ e vi si percepiscono derive industrial che concorrono ad intensificare l’inquietudine. Prova evidente ne è, fra le altre, proprio l’opener “Ghost Nation”, che esordisce con suoni elettronici opprimenti e di notevole consistenza, disegnando immagini dai colori angosciosi sui quali emerge la voce di Numan con inimitabile carisma. Anche la seguente, bellissima, “Bed of Thorns” in quanto ad angoscia non scherza, con l’iniziale canto femminile in contesto simil- tribale e, quando poi Numan ‘interviene’, quello continua a percepirsi a tratti: sicuramente uno dei pezzi più significativi considerando l’arrangiamento complesso e variegato i cui suoni freddi e ‘taglienti’ fanno venire in mente i NIN. “My Name Is Ruin”, uscito anche come singolo, è probabilmente la traccia destinata a restare più impressa per l’efficace riff in ‘salsa’ orientaleggiante – si è letto che la seconda voce apparterrebbe alla figlia unidicenne di Numan, Persia: buon sangue non mente? – mentre “The End of Things” ‘sprofonda’ in scenari davvero oscuri dove non mancano dettagli mutuati dall’ambient per poi sfoderare, ancora una volta, una spettacolare ‘ripresa’ dopo la prima metà. Quindi, “And It All Began with You”, altro singolo di classe, tenta un momento più lento e malinconico, ma si torna verso ‘lidi’ più tempestosi con la successiva “When the World Comes Apart” che di nuovo fa pensare ai NIN. Infine, bypassato l’afflato apocalittico di “Mercy”, quello lugubre e greve di “What God Intended” e l’impeto dall’aspro sapore electro di “Pray for the Pain You Serve”, Savage: Songs From A Broken World si conclude con la bella “Broken”, dalla tessitura elettronica cupa quanto solenne, che nel suo incedere cadenzato acuisce il senso di inquietudine; di nostalgia del passato non vi sono segni.

Condividi:

1 comment

  1. FRANCESCO 27 settembre, 2017 at 07:00

    Anche con quest’ultimo lavoro Gary Numan dimostra tutta la sua attualità. Un esempio di come l’autenticità artistica non soffra lo scorrere del tempo e possa elaborare e rappresentare gli elementi della propria realtà.
    Indubbiamente un GRANDE!

Lascia un commento

*