Prong: Zero days

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Dicono che Tommy Victor sia “bollito”. E che i Prong si siano ridotti a celebrare se stessi ed il genere che hanno contribuito a fondare. Come quei circhi che si trascinano stancamente da un angolo all’altro di un continente spinti da un disperato istinto di sopravvivenza, in realtà già finiti, spacciati da tempo perchè incapaci di accettare la realtà, i mutamenti di gusto del pubblico, l’evoluzione dell’offerta di intrattenimento. Ma Zero days è l’undicesimo disco di un gruppo che ha disseminato la sua discografia di singoli, EP, live albums, e che dal 1986 reitera una formula inossidabile, spazzando via ad ogni nuova uscita la coltre di scorie (nucleari) che si sono accumulate negli anni. Attitudine incompromessa (con la raccolta di cover “Songs from the black hole” di due anni fa hanno messo a nudo la loro anima) ed ancora voglia di far rumore, Zero days suona esattamente come deve, e come i fruitori ai quali è destinato si attendono. Dai Prong solo questo, “Divide and conquer” è il suono della periferia di una qualsiasi delle città della rust belt, agglomerati di miseria sospesi nel rimpianto di una grandezza che fu, edificata letteralmente dalle fucine delle loro fabbriche, termitai operosi destinati ormai all’archeologia industriale. Ritmo sostenuto, riff secchi, sezione ritmica squadratissima, niente di chè, ma pochi lo sanno fare così bene, l’esasperazione di quel suono elaborato nei primi anni ottanta dai Killing Joke, che seppero evolverlo fino ad approdare ad una forma perfetta; gruppo al quale Tommy Victor deve molto, e che non manca d’omaggiare, magari obliquamente, nelle sue opere. “Blood out of stone”, il punk suonato nelle cantine di Buffalo, oggi è così, domani chissà…

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