Zola Jesus: Okovi

0
Condividi:

Il percorso di Nika Roza Danilova è uno di quelli che merita di essere costantemente seguito, nella ‘buona’ e nella ‘cattiva’ sorte, come accade nelle grandi storie d’amore. Se l’avevamo lasciata delusi nel 2014, lamentandoci della sua svolta a tinte ‘rosa’, è stato sufficiente attendere tre anni per ritrovare in lei l’ispirazione più vicina alla nostra anima, di nuovo ‘fresca’ in quanto rinvigorita da arrangiamenti più ricercati e da una produzione curatissima; questo e molto altro è l’ultimo lavoro di Zola Jesus, Okovi. Sarà perchè rappresenta un’opera di ‘scavo’ che si lega a memorie della musicista fra le più dolorose oppure perchè la sua realizzazione ha richiesto una situazione di intimità e di concentrazione profonda quale può essere quella di una casa in Wisconsin in mezzo alla natura, fatto sta che Okovi (=catene, in lingua slava) è evidentemente una tappa assai importante che rivela, oltre alla maturità, tanto della sensibilità di un’artista che sa farsi davvero amare. La presenza consistente degli archi crea una suggestione tutta particolare, perfetta per mettere in risalto la voce immensa di Nika Roza, dotata, dall’esperienza, di un ‘supplemento’ di forza espressiva. Ma, come d’abitudine, vediamo nel dettaglio: “Doma” è una breve intro corale di levità poetica, che fa pensare a scenari ultraterreni ma poco lascia intuire di ciò che seguirà. Le idee si chiariscono subito dopo, con le tenebre di “Exhumed”: esordio ‘orchestrale’ potente, il canto si innalza verso il cielo e le percussioni definiscono un clima apocalittico che sovrasta ogni sensazione possibile, evocando l’inizio di un dramma con un pathos paragonabile a quello della migliore Galas. La tensione rimane alta anche nella successiva “Soak” in cui il tema principale è la morte: struttura minimale fatta di beats decisi e poco altro, è la voce qui a dire tutto, a trasmettere dolore e rabbia, come attesta il grido ‘viscerale’ un po’ prima della fine. Poi, “Ash to Bone” procura un pacato intervallo ‘classicheggiante’ che, tuttavia, ‘trabocca’ di tristezza e introduce uno dei ‘gioielli’ dell’album, “Witness”: un profluvio di violini e archi assortiti genera una visione delicata e struggente che punta dritta al cuore e commuove anche chi dovesse ignorare che l’argomento è ora la depressione di una persona cara. La seguente “Siphon”, non meno intensa, risulta sempre melodica ad onta della chiusura con gran ‘fischi’ elettronici e prepara ad accogliere un altro degli episodi più belli, “Veka”, nel quale – da artista – Nika Roza pone il quesito della sopravvivenza, nel tempo, della propria arte, disegnando un paesaggio di impostazione elettronica disumanamente freddo e atrocemente cupo, lineare e insieme terribile, che non fa presagire nulla di positivo. Da qui in poi riprendono piede i colori della malinconia, come in “Wiseblood” e “Remains”, quest’ultima nonostante l’andamento assai più vivace, quasi ballabile, che propone una gradita variazione. Infine “Half Life” conclude questo disco semplicemente stupendo con quella che appare essere la sua formula dominante: suoni ‘orchestrali’ solenni e drammatici e la più intensa delle espressioni vocali, che resta ‘incisa’ in chi ascolta, incancellabile.

Condividi:

Lascia un commento

*