Chelsea Wolfe: Hiss Spun

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Bastano pochi ascolti per lasciarsi incondizionatamente convincere dall’ultimo album di Chelsea Wolfe, uscito in questi giorni: una soddisfazione anticipare che ai vertici della mia personale classifica di fine anno ci saranno due donne, splendide artiste. La Wolfe è andata, nel corso del tempo, sempre più consolidando il proprio stile in direzione di una formula originale e personale vicina più al doom che alla new wave, con occasionali derive folk e numerosi passaggi che si potrebbero definire ‘sperimentali’ in quanto ‘giocano’ su contrasti forti e abbinamenti insoliti, qui, per esempio, fra disarmonie ‘fragorose’ – riff di chitarra pesantissimi, alcuni dei quali forniti dal chitarrista Troy Van Leeuwen dei Queens of the Stone Age, o batteria irruente, stavolta a cura di Jess Gowries – e momenti vocali ‘eterei’. L’intero disco è pervaso di una cupissima tensione che, talvolta, risulta anche opprimente; tuttavia non vi è una sola nota che non sia in qualche modo avvincente. L’esordio esplosivo di “Spun” ci apre l’anima più ‘nera’ della Wolfe, la consapevolezza di un tormento che fa rabbrividire: la chitarra di Van Leeuwen, le ‘incisioni’ del basso e il rimbombo aggressivo della batteria, uniti in un’alchimia misteriosa quanto affascinante, armonizzano alla perfezione con il canto ‘sospiroso’, a volte ‘gemente’. “16 Psyche” colpisce a fondo con l’alternanza fra passaggi lenti e tetri e gli interventi dirompenti della chitarra, che pure non prevalgono sulle tonalità dolorose della voce mentre la bellissima “Vex” propone il lato più seducente della Wolfe che canta con la sensualità di una Salomè, benchè nella seconda metà, con il minaccioso growl di Aaron Turner, si materializzi la dannazione. Poi, dopo il veloce intermezzo ‘rumorista’ di “Strain”, “The Culling” traccia uno scenario evocativo e malinconico, ulteriore prova dell’ispirazione variegata dell’artista e “Particle Flux”, come un po’ più avanti la breve “Welt”, ribadisce il mood industrial con suoni elettronici tesissimi e aspri che ben si fondono con una parte vocale sufficientemente melodica. Assolutamente da menzionare anche l’accattivante “Offering”, che ammorbidisce i toni per un fuggevole omaggio alla darkwave o, poco dopo, la suggestiva ballata folk “Two Spirit”, sofferente e ‘gotica’ fino alle estreme conseguenze; in chiusura, “Scrape” conclude con un indescrivibile senso di tragedia misto alla rabbia di un’autentica regina degli  ‘inferi’ un disco che scuote. Dentro.

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