Fleurety: The white death

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L’avanguardia estrema del black (se ha ancora un senso identificarlo così) metal si sta spingendo ben oltre i limiti, solo ipotizzati alcuni anni fa, del genere estremo. Che tale lo è di certo, e The white death lo dimostra, tanto che qualcheduno potrebbe azzardare l’obiezione che un’opera di tale portata possa suscitare l’interesse di un numero assai esiguo di adepti. Ma superato lo scoglio dell’introduttiva title-track, ecco che il “mischione” di “The ballad of Copernicus” catalizzerà la vostra attenzione, col prog sinfonico che s’incastra alla perfezione sul telaio melodico che lo sostiene. E questa potrebbe venir spacciata pure per forma ultima di pop cameristico. Ma ecco che “Lament of the optimist” ristabilisce prontamente i contatti con la nebulosa black, anche se il brano è articolato nella forma che a Svein Egil Hatlevik ed ad Alexander Nordgaren risulta più congeniale. Essendo però The white death concepito per stupire, ecco che “Trauma” ci intriga con il suo aprirsi a sonorità più rilassate, salvo poi irrobustirsi dalla parte centrale in avanti: è jazz suonato tra le pareti scrostate di un capannone industriale in disuso. The white death è un contenitore, i Fleurety ci infilano se non di tutto sicuramente molto, e di questo noi di provata fede ver-sacriana possiamo gioire; a quanto annotato poc’anzi, aggiungo doom e goth, accompagnando il melange sonoro a delle liriche che non costituiscono mero abbellimento, come è il caso della già citata “The ballad of…”, il testo della quale è perfetto complemento ad un tappeto sonoro intrigante e confacendosi ad una trama per nulla banale. Non sono gli unici, i Fleurety, a spingersi con tale ostentazione fino a saggiare e poi a superare di slancio i propri limiti, sono però fra i pochi a risultare credibili fino in fondo. Fra tentazioni da R.I.O. (“The science of normality”, con i Present e gli Univers Zero in cattedra), i Pink Floyd riletti dai Tiamat di “Wildhoney”, i Devil Doll e pure il prog britannico còlto nella sua stagione più luminosa (“Future day”), The white death si dimostra disco ottimamente assemblato, dotato di un senso unitario che ad un primo ascolto potrebbe sfuggire. Tenendo un piede ben saldo nella fossa del metal, però, come le chitarre sottolineano ogni qual volta si impossessano del proscenio. Eppoi ho citato non a caso gli UZED, dei quali i Fleurety potrebbero rappresentare degli eredi naturali, per la loro inclinazione alla destrutturazione della forma canonica della canzone che fanno propria senza forzatura alcuna; che poi The white death s’indirizzi a pochi, pare non toccarli minimamente. E che il baccanale sonoro di “Ritual of light and taxidermy” vi trascini seco nei reami della follia…

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