“Nico,1988” di Susanna Nicchiarelli: una vita spericolata

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Un’operazione rischiosa quella realizzata dalla giovane regista italiana Susanna Nicchiarelli ma il risultato è sicuramente encomiabile, vista la buona accoglienza ricevuta alla 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Nico,1988, infatti, non è la solita biografia e neanche un documentario basato su testimonianze d’epoca, benchè, come è precisato anche nei titoli del film, la storia narrata sia totalmente vera, a parte qualche ‘correzione’ a fini artistici. La Nico raccontata da Nicchiarelli ha tutta la naturalezza di una donna reale, così disperatamente tormentata da non rendersi conto del fascino che esercita, lacerata fra il prezzo pagato alla sua vocazione e il rimpianto di non aver saputo essere, oltre che artista, anche madre e compagna, fiaccata dalle dure esperienze di una vita sregolata da cui, ai tempi dei Velvet Underground, si era lasciata coinvolgere con l’ingenuità e l’incoscienza di una principiante. Della seminale band di cui fu parte, tuttavia, nella pellicola si dice molto poco e, in certe scene, la protagonista manifesta un fastidio intenso, accorgendosi che, di lei, viene sempre e comunque ricordata una fase dell’esistenza conclusa da anni e che, con la sua maturità, ha ben poco a che fare. Nico non è più musa, non è modella e tanto meno ‘donna fatale’; il suo corpo riporta le offese del tempo e dello scarso riguardo con cui è stato trattato e la bellezza per la quale era celebre ha lasciato solo qualche impronta che non molti sanno ancora riconoscere: che non si parli più di Nico, ora, perchè ha lasciato il posto a Christa; quel nome le è stato dato alla nascita e così oggi, a quasi cinquant’anni, vuole essere chiamata.
Non vi sono momenti melodrammatici nel film, ma il dolore è sempre presente, ogni minuto. La bella sceneggiatura, anch’essa scritta dalla regista, procede principalmente per indizi, allusioni, gesti ed espressioni eloquenti: tutto questo definisce con chiarezza il ritratto di una persona che, più che un mito, sembra votata all’autodistruzione. Negli ultimi due anni della sua vita, che vengono qui raccontati, Nico, ormai lontana dall’effimero mondo delle star del rock, lotta contro demoni che la affliggono per affermare la propria essenza: il talento musicale in primis, che in passato era sempre rimasto in seconda linea, e poi le necessità personali e affettive, che sono soprattutto connesse con il recupero della relazione con il figlio Ari. Ma vi è anche un elemento con cui non può fare altro che convivere, poichè combatterlo è divenuto impossibile: si tratta della dipendenza dalla droga, al centro di alcune scene fra le più toccanti, mai mostrata con morbosità ma piuttosto come parte di quella ‘dannazione’ verso la quale Christa/Nico palesemente sta correndo, senza nemmeno la speranza di potersi riposare.
A prestare il volto a questa donna sfinita da esperienze fra le più crudeli, un’attrice danese intelligente e sensibile, Trine Dyrholm, di cui molti ricorderanno la magistrale interpretazione ne La comune di Vinterberg. La versatilità di questa artista completa ha consentito, oltre che di farle impersonare con intuito e delicatezza una figura femminile fragile e problematica, anche di eseguire i brani musicali presenti nel film con un’abilità inattesa, visto che, lei stessa una cantante, non si era però mai cimentata nello stile visionario e sperimentale che appartenne a Nico. La Dyrholm ha saputo dar vita agli ultimi spasimi di questa esistenza travagliata con un equilibrio mirabile, senza una sbavatura o un gesto fuori posto: molte espressioni del suo mobilissimo viso raccontano l’intimità della donna ben più efficacemente dei dialoghi, attraverso cui questa si affanna a comunicare con il resto dei personaggi, riuscendoci soltanto raramente. Il temperamento della protagonista si percepisce, infatti, assai più da gesti e sguardi che non dalle risposte alle domande degli intervistatori, con le quali cerca disperatamente di dissociarsi dall’immagine che il pubblico dei Velvet Underground le ha cucito addosso e tenta di far accettare ciò che è realmente e il suo talento. L’approccio sobrio della Nicchiarelli ci risparmia di assistere direttamente alla morte di Nico: vi si allude all’inizio e alla fine dal film, mostrandola con la bicicletta che le fu fatale. Nelle ultime scene, con dolore, la guardiamo oltrepassare il cancello della villa di Ibiza dove, finalmente solo madre, trascorreva con Ari una breve vacanza e sappiamo che non vi sarebbe più tornata: una pagina fra le più tristi della storia della musica. Chissà se colei che ispirò artisti e rockstar senza mai goderne, sarà riuscita a vivere, in quella casa, almeno qualche momento di serenità…

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