Style Sindrome: Far

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Il 2017 è stato anche l’anno del ritorno in scena di una band della new wave italiana di prima generazione. Gli Style Sindrome – oggi Anna Di Stefano, Giorgio Mastrosanti, Raimondo Mosci e Massimo Frezza – hanno mosso i loro primi passi negli anni ’80, hanno vissuto allora la loro preziosa ma breve esperienza e, da qualche anno, producono materiale nuovo che ha portato all’uscita di questo Far. La musica del gruppo è, chiaramente, legata a forme new wave del passato, ma considerando quanto, anche all’epoca, il loro sound si rivelasse insolito ed estroso, essa appare a tutt’oggi originale, talvolta caratterizzata da soluzioni che forse, al tempo, dovevano risultare davvero avveniristiche. L’album contiene nove tracce dalle atmosfere per lo più oscure, appena ‘sporcate’ di punk, dominate dalla voce particolare di Anna Di Stefano, che qua e là sembra avulsa dal mondo reale, come fosse un extraterrestre al centro di paesaggi alieni. L’opener “Wish” esordisce disegnando un contesto vago ed irreale – si è letto che si ispirerebbe alla serie TV Ai confini della realtà – scandito da una ritmica ipnotica; gli interventi singolari della chitarra, poi, conferiscono sia varietà che potenza creando un amalgama brillante. La seconda traccia, “The Song that Never Ends” dopo l’inconsueto inizio, apre scenari foschi e trasognati, un po’ da favola dark, dipinti con grazia magica e impreziositi dal canto ‘leggero’ ed elegante di Di Stefano mentre “Distant Blurry Worlds” ci regala un momento di dissonanze e libertà con sax e chitarra padroni della situazione, a ricordare quanto la new wave italiana sapesse essere aperta e svincolata dai modelli; “Black and White Angel” dispensa un’ammiccante malinconia ‘noir’, modulata dal bel basso e da note ‘spagnoleggianti’ di chitarra. Ma in “Eldorado Bay”, dall’impegnativo testo, si ritrova il classico suono wave e in “Surrender” i toni si fanno più nostalgici, con tinte quasi drammatiche; ancora new wave e raffinata sensualità in “I had a Strange Dream”. Infine, dopo i crepuscolari arpeggi e le fantasiose variazioni di “Moonlight”, “Far Far” conclude con sonorità gotiche e un basso asciutto e vigoroso un disco da amare per più di una ragione: ci ricorda da dove veniamo ma è anche un degno punto di arrivo, il cui valore possiamo solo apprezzare. Senza rimpianti.

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