Igorrr: Savage sinusoid

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L’anno passato recensii il primo lavoro solista di Laure Le Prunenec, in arte Rïcïnn, che finì anche in cima alla mia playlist di fine anno. In quel frangente accennai al fatto che esisteva un ambiente musicale molto interessante nel quale la notevole vocalist e altri musicisti collaborano in numerosi progetti diversi, tutti caratterizzati, a mio modo di vedere, da un ottimo livello musicale e da una forte personalità; uno di questi è proprio il progetto Igorrr, folle creatura di Gautier Serre, musicista completamente dedito alla sperimentazione musicale e a suo agio nelle forme più estreme e fuori di testa. Musicista tutt’altro che inesperto, il nostro è attivo da più di una decina d’anni e questo risulta essere il suo quinto lavoro di lunga durata; mi rendo conto del fatto che, ad ascoltare questo Savage Sinusoid, possa sembrare assurdo ma, anche se conosco solo in modo superficiale i suoi precedenti lavori, ho l’impressione che questa sia la meno estrema tra le sue opere, e la cosa credo che non ne costituisca necessariamente un limite: le idee di questo musicista sono talmente estreme che un minimo di concessione all’approccio da parte dell’ascoltatore può essere il benvenuto. La descrizione della musica di Igorrr è quantomai complessa; lui stesso ha coniato una possibile definizione della propria musica, pubblicando nel 2010 un EP intitolato Baroquecore. Fondamentalmente si tratta di un breakcore caratterizzato da un’infinità di influenze, talmente pieno e ridondante da essere quasi soffocante: il nostro si diverte a prendere più o meno qualsiasi cosa e a decomporla, sbriciolarla, e ricomporla a suo gradimento; i ritmi sono naturalmente sincopatissimi e si può sentire un po’ di tutto: il metal più estremo, la chitarra classica, la musica barocca, le urla folli e sguaiate, il canto lirico, l’hardcore, la musica klezmer, lieder per voce e pianoforte, il clavicembalo, segmenti trip-hop e più o meno qualsiasi cosa possa venirvi in mente; a questa ambientazione si aggiunga l’impressionante voce di Laure Le Prunenec, che compare in quasi tutti i brani, per ottenere un disco interessantissimo e incredibilmente divertente nella sua follia. Proverò a fare una breve descrizione di ogni singolo brano malgrado si tratti di un’opera non semplice, anche perché quasi mai i pezzi finiscono come sono iniziati; il disco si apre con la breve “Viande”, il cui incipit è semplicemente un urlo delirante e forsennato seguito da pesantissimi riff death metal che ben presto iniziano ad essere manipolati elettronicamente in stile drum’n’bass, costantemente conditi da urla lancinanti; un clavicembalo introduce “Leud” ma ben presto viene calpestato dalla voce urlante e da riff metal estremi che vengono manipolati in modo da renderli quasi classicheggianti per fare da base alla voce femminile che fa qui la sua comparsa; una fisarmonica balcanica dà il via “Houmous”, ma presto il breakcore fa il suo ingresso, curiosamente accompagnato da fiati ancora in stile balcanico per poi ritornare alla fisarmonica in tre quarti molestata dall’elettronica, che la fa da padrone anche nell’introduzione di “Opus Brain”, che si evolve in un madrigale per chitarra (ma anche sitar…) e voce finchè la tensione non sale nuovamente alle stelle e la follia sincopata riprende il potere. “Problème D’émotion” concede un minimo di respiro, trattandosi di un brano per per pianoforte, archi e voce solo leggermente (be’, si fa per dire…) intaccate dall’elettronica. “Spaghetti forever” è introdotta e conclusa da un lungo arpeggio di chitarra ma la sezione centrale è appannaggio della manipolazione elettronica che ancora una volta sorregge la voce femminile. In “Cheval” ritroviamo la fisarmonica in un brano che prosegue in un folle tre quarti in cui si mescola un po’ di tutto, come se fosse un brano di uno chansonnier da brasserie del ventiduesimo secolo. Decisamente più spinta verso il metal estremo, anche a causa di un growling profondissimo, è “Apopathodiaphulatophobie”, mentre la breve “Va Te Foutre” sembra essere solo un sincopatissimo intermezzo. Anche “Robert” sembra essere un divertissement di manipolazioni sonore mentre la conclusiva “Au revoir” inizia come malinconico madrigale per pianoforte e voce ma, più o meno a metà del brano, entrano gli elementi di metal estremo che dapprima si sostituiscono ma poi si sovrappongono alla parte classicheggiante, per poi nuovamente sparire in chiusura. Un disco a cui consiglio assolutamente di dare almeno un ascolto a chi non sia rimasto terrorizzato dalla descrizione, sicuramente incompleta e poco significativa, che ho cercato di farne.

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