The B.H.D.: Black Devotion

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Torna David Droz con il suo progetto The B.H.D. A distanza di circa tre anni dal primo album Nothing is Colder Than You , questo Black Devotion registra una serie di positive innovazioni: l’arrivo di Gérard Bordes che collabora efficacemente alla batteria fornendo alle oscure sonorità postpunk un solido ed energico ‘nervo’ e un addensarsi dello scenario in chiave drammatica, con alcuni momenti duri e scabri ed altri che si potrebbero definire di depressa introspezione. La presenza dei numi tutelari Joy Division ovviamente si percepisce sempre ma senza esagerazioni. Vediamo dall’inizio: “Open the Door” non è che una breve introduzione in modalità ‘cinematica’ che, come ci si attende dal titolo, ‘apre’ sull’infernale atmosfera della ‘gotica’ “Let Me Die”, con la sua ritmica aggressiva, la chitarra in stile apocalittico e la voce di Droz sofferta e tenebrosa. Poi, in “Wintersun” è il basso, con il suo cupo rimbombo, ad avere la preminenza fin dalle prime note in efficace abbinamento con la batteria , e, mentre “Cold” propone vivaci suoni adatti per il dancefloor con forme vicine a quelle dei Cure, “Never Enough” si fregia della grandezza di una liquida chitarra wave. Estremamente oscuro e con ‘venature’ industriali anche il clima di “Rage” e se “And After She Die” si allinea con sonorità wave decisamente ‘vintage’ la title track preferisce ancora una volta colori foschi che la batteria rende parecchio‘cattivi.’ Delle restanti segnalo il mood ‘temporalesco’ di “Scream”, uno degli episodi migliori, che spalanca freddi paesaggi di autentico sconforto e la conclusiva, strumentale “Desolation”, l’unica live, che chiude con suoni più pieni e ricchi, inserendo per esempio i fiati, un disco da prendere obiettivemente in considerazione.

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