The Fright: Canto V

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L’opener “Bonfire night” è da manuale della perfetta goth-song, tosta e dotata di un “tiro” irresistibile, con buona pace di coloro che la via maestra l’hanno tracciata (HIM e To/Die/For potrebbero avanzare qualche pretesa legittima, ma pure The Rasmus…). Ma il tutto funziona, ed allora perchè sprecar tempo a filosofeggiare sulla liceità dell’operazione? Certo che siamo nel 2017, ed il filone del gothic-metal è ormai esausto, eppure va riconosciuto un merito, ai The Fright, quello di saper scrivere canzoni non destinate a divenire classici bensì dotate di solido scheletro (e di una abbondante dose di sfrontataggine, questo fin dal titolo scelto per l’album, Canto V come il primo dell’Inferno de “La Divina Commedia”, speriamo che Dante non s’infuri). E “Love is gone”, titolo di quelli che piacciono a Ville Valo: ci si aspetterebbe una esangue ballatona strappa-intimo ed invece il brano esibisce chitarroni, sezione ritmica squadrata, cantato enfatico, una formula che rimanda ai Crematory, ma i The Fright risultano più accessibili dei più noti compatrioti. Come in “Fade away”, accettabile lentone che esibisce begli intrecci strumentali (e delle sei corde inclini al class-metal) e che cresce nella corale sezione finale. The Mission allungano la loro ombra su “Oblivion”, pezzo che funziona non solo per i suoi espliciti riferimenti alla produzione di Hussey e soci, la qualità non scema con la spigliata “Leave” e con la più compassata “Drowned in red”, magari un po’ leggerine ma entrambe assai godibili, sopra tutto la seconda per quell’inclinazione pop che dimostra di aver ben assimilato. Poi arriva “Century without a name” e ti sorprende come l’iniziale irritazione dinanzi all’ennesimo tempo lento si trasformi invece in apprezzamento nei confronti di un motivo ben orchestrato. Chiude senza infamia né lode “In Sicherheit”, non poteva mancare l’omaggio alla lingua madre (ed ai suoi autori, i Fliehende Stuerme di Stoccarda, leggenda sotterranea del punk tedesco), emendabile però. A loro favore va ascritto il merito di aver inserito all’interno di Canto V degli elementi che i colleghi del settore, anche i più blasonati, sovente hanno sottovalutato (se non palesemente trascurato). L’impatto prodotto da “Bonfire night” perde consistenza nel prosieguo del disco, anche se non risultano presenti episodi tali da imbarazzare (l’esperienza di Waldemar Sorychta certo ha giovato in tal senso); manca il lampo di genio, ma non dimentichiamoci che i The Fright rappresentano l’ala teutonica del goth-metal, quivi si bada al sodo più che alla fantasia.

Per informazioni: http://www.audioglobe.it
Web: http://www.the-fright.de
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