Alexey Voronov: Life Is Not The End

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Alexey Voronov è un musicista russo che compone opere a cavallo tra la sua formazione classica e suggestioni ethereal intimiste e mistiche. Questo album pare una trasposizione in musica del destino umano, o meglio di un’anima divisa tra il suo legame con la ruota della vita e le sua natura eterna, legata al divino.

“Stagnation” è un pezzo in cui il pianoforte in primo piano sembra rappresentare una vita che scorre nella noia, in un vuoto privo di stimoli. Gli archi si inseriscono suonando come la voce dei desideri; quando tacciono, il pianoforte si fa più cupo ed il violoncello alla fine ha il suono intriso della dolce malinconia di una speranza lasciata sfiorire.

“At night is no light, but…” ha lo struggimento di occhi che si chiudono sperando di riempirsi di sogni, come se la notte non fosse il regno della luce ma il tempo in cui un cuore tormentato può cercare disperatamente, inseguire e rivedere per un momento le sue speranze che ritornano sotto la volta del cielo stellato.

In “Reflection” il pianoforte esprime il peso dei pensieri ricorrenti, come passi che ripercorrono il cammino intrapreso rimpiangendo errori o scelte che appaiono velate dalla nostalgia, dal desiderio di riprenderle per colmare il vuoto che hanno lasciato; l’ultima parte del brano suona quasi come un rituale per riportarle in vita.

L’allegro che cresce esasperato di “Lust” suona come i richiami, le chimere del nostro tempo: desideri indotti dalla pubblicità o dalla società. L’assolo di chitarra centrale è come lo smarrimento di una persona che improvvisamente capisce che non era ciò che lui avrebbe voluto, bensì cosa era stato indotto a desiderare. Poi il crescendo riprende, più insistente, nervoso, come la morsa di un predatore che non vuole lasciare la sua preda.

“Across layers of life” con dei suoni ambient, quasi industriali, sembra voler rappresentare il momento del distacco dell’anima dal corpo ed il suo rituale di purificazione, dove le antiche chimere appaiono per ciò che sono: tentazioni per far perdere all’uomo il ricordo di una connessione spirituale più forte e più profonda di quella con la materia.

“Doubt” è un’altra riflessione, ma che questa volta pare interrogarsi sul vero significato dell’esistenza, sulla nostra innata aspirazione alla purezza ed alla bellezza, all’elevazione ed il domandarsi se siamo capaci di portare a termine questa missione.

“Trial” suona più come un giudizio interiore di una creatura che ha preso angosciosamente coscienza dei propri errori: ne sente il peso ed è in bilico tra l’ardente desiderio di correggerli ed il timore che la sua natura imperfetta non gli consenta di farlo; non è quindi un “vero processo” con giudici ed accusati.

“Dialogue with the sky” è come il racconto sonoro di un’anima consapevole di essere in disarmonia con l’Universo e le leggi cosmiche; in questo pezzo le parti oscure, pesanti, sono accompagnate da note chiare ed armoniche, come piccole luci che rischiarano il cammino verso l’Alto, aperto a chiunque riesce a sentirlo e desidera unirsi a quest’abbraccio cosmico, divino, che pian piano eleva calmo le vibrazioni iniziali e le porta al suo ritmo.

“Struggle” pare riprendere il pezzo precedente con un approccio più personale ed intimista: gli archi malinconici e struggenti evocano una tensione verso l’alto, verso l’Armonia di cui si è presa coscienza e i fiati mischiati all’organo della parte centrale paiono rappresentare le porte Celesti che si aprono. La parte finale è una marcia gravida di dolcezza e aspettative che nella parte finale si unisce all’organo, per poi evolvere in un crescendo di musica trascendente.

“Patience” si apre con un piano che si staglia su un background ambientale: note lente che delineano un’attesa senza ansia ma con delle aspettative, che crescono di forza e altezza come le note in controtempo e l’organo che ancora una volta appare a donare sacralità alla seconda parte del brano, in cui le note dei piani suonano come dei passi veloci verso le promesse che organo e campane ci lasciano intuire.

“Stay” con le sue note basse e pacate evoca una pace finalmente trovata, l’effetto balsamico che questa condizione ha sul nostro spirito, l’intimo desiderio di non perderla e il timore di doversi invece di nuovo allontanare da essa.

In “Look own abyss” gli archi sembrano lasciar cadere delle lacrime, talmente il loro suono è malinconico: come lo sguardo distaccato dai vincoli e dalle istanze della materia che un’anima volge al suo passato umano, all’avidità, all’egocentrismo che paiono come un abisso che duole guardare, una volta compreso come tutto ciò fosse vano ed effimero.

“Alarm” pare rappresentare l’ansia di fronte al richiamo verso il ciclo del Samsara: l’angoscia di dover tornare tra la materia e le sue istanze dopo aver conosciuto l’armonia delle Sfere.

“Lust is a dead end” si apre con un ritmo che ricorda un battito cardiaco, accompagnato da suoni metallici, che possono ricordare quelli di un’officina o altre attività umane. Il piano riprende le melodie frenetiche e sperdute che caratterizzavano la prima parte di quest’opera e gli inframmezzi di archi hanno un suono struggente, forse la nostalgia per la quiete perduta, forse il timore che anche i nuovi desideri e sogni siano destinati a diventare di nuovo miraggi irraggiungibili, mentre la vita viene trasportata tra i ritmi imposti dal quotidiano, fino a dimenticare di nuovo la connessione tra umanità e invisibile, salvo nella quiete delle ore notturne, nei sogni che a volte sono un indizio di verità velate ai nostri occhi.

“…but the sun always shines” sembra un richiamo che dal cielo raggiunge il nostro inconscio: una musica piena di emozioni e di sogni raggiunge gli accordi malinconici degli archi per ricordare loro di guardare il cielo e della scintilla divina che arde nei nostri cuori anche quando, smarriti, ci dimentichiamo della sua esistenza e per sollecitare la nostra anima a rafforzare quel legame troppo spesso dimenticato.

“Premonition of a new birth” ha un suono dolce che ricorda una ninna nanna o le impercettibili fluttuazioni di un feto nel grembo materno, dove arrivano, appena percettibili, i suoni del mondo esterno: una musica positiva che, in chiusura di quest’opera mi fa pensare all’ultima reincarnazione prima del Nirvana.

Ci sono degli album che possono essere ascoltati: questo necessita di essere “sentito” per svelare il suo racconto senza parole, perché la musica è un linguaggio che parla direttamente alla sfera emotiva.

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