“Happy End” di Michael Haneke: segreti a Calais…

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Happy End, l’ultimo film di Michael Haneke, è stato classificato in molti modi e persino definito, con una notevole fantasia, ‘commedia’. Qualcuno ha lamentato che la pellicola abbia ripreso stancamente svariati ‘topoi’ quasi sempre presenti nei lavori del regista austriaco. L’osservazione è, in parte, corretta, ma questo non significa, a mio avviso, che tali tematiche non siano delineate efficacemente come al solito. Certo è che la vicenda della famiglia Laurent sembra ripartire là dove si era interrotta quella di Georges e Anne in Amour e il collegamento appare voluto: anche in quest’opera abbiamo un Georges, una Eve (in Happy End una bambina, mentre in Amour Eve era interpretata da una delle attrici feticcio di Haneke, Isabelle Huppert, in questa storia invece ribattezzata Anne) e la continuità è garantita tra l’altro dalla presenza di Trintignant e della già citata Huppert in due dei ruoli principali. L’ambientazione in seno ad una borghesia ricca, egoista e moralmente decaduta fa presagire tutta la critica che è giusto attendersi da un cineasta che spesso e volentieri ha tenuto d’occhio la crisi di valori della società europea. Chi avrebbe desiderato che tale critica fosse resa più esplicita e magari arricchita da un’incisiva presa di posizione politica è rimasto deluso, non riuscendo forse a comprendere la portata ‘eversiva’ del racconto di una saga familiare in cui la maggior parte dei personaggi è dominata da vuoto e da un’inutilità maligna a volte ripugnante, a volte ridicola, che in genere fa tristezza, perchè ciascuna figura contiene al suo interno un’inclinazione verso la morte chiaramente percepibile nei pochi momenti di verità contrapposti all’ipocrisia dei dialoghi. La caduta degli dei in versione moderna? Ma qui siamo a Calais e i Laurent non sono che facoltosi imprenditori.
Il patriarca di turno, Georges, interpretato dal grandioso Trintignant, si è ritirato dall’attività alla morte dell’amata moglie e non aspetta altro che di ricongiungersi con lei, ma i suoi tentativi in tal senso non sono mai coronati dal successo. La gestione dell’azienda di famiglia è così affidata alla figlia Anne, un capolavoro di ambizione e di attaccamento allo status sociale di cui si fa portavoce la splendida Huppert; il suo compito è reso particolarmente difficile dal convergere su di lei di una serie di problematiche connesse – l’arrivo della figlia di primo letto del fratello, Eve, ragazzina ben complicata e dal carattere poco amabile, le intemperanze dello stesso fratello, invischiato in più relazioni ma incapace di provare sentimenti realmente profondi, il controllo, da un lato, dei comportamenti del vecchio padre, dall’altro di quelli del proprio ‘erede’, Pierre, giovane palesemente disadattato e insofferente delle regole familiari – alle quali cerca di opporre una volontà di ferro e molti sorrisi di circostanza. Il quadro che ci si presenta non è roseo e la superficialità dei rapporti, la mancanza di valori e la povertà ‘culturale’ di questi benestanti borghesi risulterebbero agghiaccianti se tali aspetti non fossero compensati da una generosa dose di ironia che, apparentemente, impedisce al contesto così opprimente di precipitare nella tragedia. Ma l’orrore che, in qualche punto, viene solo sfiorato, trapela ugualmente, per esempio nell’ambiguo racconto attraverso lo smartphone delle azioni della piccola Eve che lascia intuire la vera causa scatenante della grave malattia che ha colpito, uccidendola, la madre di lei, da sempre depressa e quindi una compagnia pesante da sopportare. In questo caso, come in altri, non si tratta di rappresentazioni dirette, ma la tipica ‘crudeltà’ del regista tormenta la coscienza degli spettatori e le impone disturbanti riflessioni, al di là della straordinaria capacità di cui ogni membro della famiglia Laurent è dotato, di dominare i meccanismi sociali e di mantenere le apparenze sempre e a qualunque costo. Ai particolari incongrui della storia della malattia e conseguente scomparsa della sfortunata madre di Eve i parenti non fanno caso a parte il nonno aspirante suicida; della chat ‘hot’ del medico Thomas nessuno viene a conoscenza tranne la ragazzina e l’abile Anne riesce a far ‘rientrare’ anche lo sconcerto causato dal figlio ormai fuori controllo che, in occasione della festa di fidanzamento di lei, organizza una sceneggiata imbarazzante, manifestando pubblicamente tutto il suo malessere. L”happy end’ del film è dunque da leggere con lo sguardo disincantato, carico di consapevolezza ma anche di una certa cattiveria, di un cineasta che, nell’analisi della classe borghese, è stato preceduto da tantissimi registi, sia europei che americani, e, soprattutto, mostra di ricordarsi bene di Luis Buñuel e di quel ‘fascino discreto’ che lo spagnolo aveva saputo descrivere così magistralmente. Ecco che Happy End è un’opera che a mio parere, una volta capita non potrà che essere apprezzata.

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