Il Gabinetto del Dr. Caligari: Florilegio 1995-1997

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Proviene dai recessi più ombrosi degli anni ’90 questa raccolta di brani del progetto italiano Il Gabinetto del Dr. Caligari, voluto da Valerio Biagi dopo la breve esperienza con un altro gruppo. Il moniker è un chiaro omaggio ad uno dei più significativi film espressionisti tedeschi e, dunque, dice già molto sulle scelte stilistiche del nostro, davvero insolite per l’epoca in cui furono intraprese. L’operazione ‘nostalgia’, stavolta, si deve alla Swiss Dark Nights che, all’interno della sua ricerca di talenti in ambito postpunk e gothic, offre una chance e, si spera, una nuova ‘giovinezza’ ad un progetto non troppo conosciuto, rimasto principalmente nel ricordo di chi, in quegli anni, ebbe la fortuna di imbattersi nella sua musica, talmente intrigante e particolare che, nel 1996, trovò spazio sulla versione cartacea di Ver Sacrum in un articolo della nostra Mircalla. Il disco include per intero la produzione originale del Gabinetto del Dottor Caligari, rimasterizzata da Marco Milanesio presso l’Audio Sound Music Production di Torino: le tracce delle due cassette ufficiali Lapide Bianca, Fredda Dimora del ‘95 e La bianca bara del dolore del ’96 più alcuni pezzi che al tempo rimasero inediti, il tutto riunito sotto il titolo emblematico di Florilegio 1995-1997. Di impostazione elettronica, la musica è caratterizzata da melodie che, per quanto tristi e inquietanti, rimangono agevolmente impresse per la loro efficacia lineare, per così dire di ‘presa immediata’, oltre che per un’espressività quasi ‘pittorica’ che ne avrebbe fatto, forse, delle buone colonne sonore. I testi, di ispirazione palesemente letteraria e dal contenuto fortemente drammatico, sono per lo più pensieri o racconti a tinte ‘gotiche’ e sanguigne, che ‘catturano’ al primo ascolto. Lo dimostra già l’opener, “Arcangela”, mai uscita prima su disco, che si distingue per uno scenario macabro presente anche nelle liriche, dal sapore decisamente sepolcrale; l’andamento ‘composto’ è perfettamente congeniale sia ai giri di tastiera che profumano di antico sia al canto impostato ad un romanticismo tormentato e vagamente ‘weird’: il brano avrebbe potuto chiamarsi ‘Ligeia’ e probabilmente lo spirito sarebbe stato analogo. La seconda traccia, “Lo Scavafosse”, uno degli episodi più belli, esordisce con note sinistre per proseguire lungo una linea orecchiabile ma emozionante che, abbinata ad un canto di estrema suggestione, sembra evocare la classica atmosfera da film della Hammer, la stessa percepibile più in là in “La mosca”; “Lapide bianca fredda dimora” indulge ad uno stato d’animo definitivamente luttuoso cui la voce – che non si potrà mai elogiare a sufficienza! – conferisce un pathos davvero tragico. Poi, in “Catatonia di un addio” il senso di perdita si traduce in un romanticismo dai toni plumbei, “Diventerò re” opta invece per suoni – e testo! – più pomposi e teatrali e “Le Bambole Della Signora Beccamorti”, su liriche di Annalisa Tagliabue, che qualcuno ricorderà come Ann beccamorti, torna a scenari sinistri volutamente caricati. Si giunge quindi al depresso-kitsch della sorprendente “Le Sette Ferite Nel Cuore”, riproposto anche in “Tetra poesia” che non disdegna passaggi notevolmente enfatici. Il disco termina con “Eterno riposo eterno” dal clima, per così dire, ‘liturgico’, seguita dalla solennità un po’ marziale, un po’ arcaica de “L’untore di Milano” finchè “Respira” non conclude, con la macabra ampollosità di antichi organi, un discorso che negli anni ’90 era decisamente fuori dal coro e al quale, oggi, forse non sarà più possibile rendere giustizia. Possiamo però godere di questa musica, oltre che come testimonianza preziosa di una formula artistica colta e originale, come ascolto singolare e piacevole di per sè.

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