The Ossuary: Post mortem blues

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Un vero peccato che Post Mortem Blues sia giunto a playlist 2017 chiusa, un posto nella mia Top 10 lo avrebbe acquisito di diritto. Un altro grande disco archivia un anno di grandi soddisfazioni per quanto riguarda l’italico battaglione di band che con le loro pubblicazioni hanno caratterizzato questi dodici mesi (Der Himmel Uber Berlin, Artica, The Spiritual Bat, Clustersun…), inserendosi poi nel filone a me caro del doom non posso che rallegrarmene ulteriormente. Spina dorsale costituita da tre ex-Natron che come altri colleghi dai lidi estremi sono approdarti a progetti più fedeli alla tradizione, un suono che fissa una linea che ha un capo nei Black Sabbath (“The great beyond”, tra Dio e Tony Martin, “Heaven and hell” e “The headless cross”) , ma non solo a questi fanno riferimento le otto dolenti litanie di Post Mortem Blues. Le chitarre esprimono un afflato epico e dolente che le ricollega a “The ethereal mirror” dei Cathedral, d’altronde Domenico Mele (sei corde), Max Marzocca (batteria) e Dario De Falco (basso) hanno compiuto un percorso affine a quello di Dorrian ed il lascito degli inglesi (e della Rise Above) è a tal punto ponderoso che risulta oggidì quasi impossibile non considerarlo; il canto virile di Stefano Fiore poi si installa con autorevolezza all’interno del corpo sonoro di queste canzoni che paiono a volte provenire dai settanta più profondi (la splendida gemma hard rock che è la title-track). Tra i solchi di questo disco magnifico non troverete in fatti solo doom (ascoltate la giga “Witch fire”), l’intento del quartetto si focalizza su una più ampia fascia di riferimenti, non rinunciando inoltre alla melodia ed alla forma. Il contorni del mosaico si definiscono con sempre maggiore nettezza ed ecco che “The crowning stone” si eleva con il suo fiero canto sostenuto da chitarre granitiche e da una sezione ritmica inappuntabile, facendo riaffiorare in superficie il ricordo di acts che hanno vissuto una fugace parentesi come gli Year Zero di Mark Griffiths (altro ex-Cathedral!), la lenta processione di “Black curse” ed “Evil churns” sintetizzano in un unico alambicco Revelation, Penance e The Obsessed (quelli dell’omonimo del 1990), irrorando il pentagramma di mortali pozioni (il finale appannaggio di voci muliebri agghiaccianti si chiude con un corno lamentoso che preannunzia morte, e che si ripeterà su “The great beyond”); è vero che Post Mortem Blues nulla aggiunge al ricettario doom, ma non è questo il territorio adatto a sperimentazioni di sorta, seguire la via tracciata non è un peccato, sopra tutto se lo si fa esprimendo tali ardore e divozione. Concedetegli più d’un ascolto, merita la vostra attenzione.

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