Lingua Ignota: Let The Evil Of His Own Lips Cover Him

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Una delle uscite dell’anno appena trascorso che non potevano essere ignorate, Let The Evil Of His Own Lips Cover Him è il lavoro dell’artista interdisciplinare specializzata in opere tridimensionali ma anche musicista e straordinaria vocalist di formazione classica, l’americana Kristin Hayter. Con il monicker Lingua Ignota, Hayter ha pubblicato nel 2017 due opere, una a poca distanza dall’altra: questa è la prima. Meglio anticipare che si tratta di musica estremamente sperimentale, un ascolto non semplice ma molto coinvolgente: le cinque tracce di Let The Evil Of His Own Lips Cover Him si sviluppano su una base elettronica con suoni di organo o piano ma vi si trovano frequenti passaggi harsh-noise, su cui si innesta, altissimo e sosprendente, il canto di impostazione lirica. Dedicati a temi importanti come la violenza in ambito domestico, che l’autrice pare abbia vissuto in prima persona, i brani contengono spesso invocazioni o invettive di una forza profonda, tanto da apparire qua e là vicini ad una musica liturgica, per quanto sui generis, comunque intrisa di spiritualità. Apre proprio con le sonorità liturgiche di cui si diceva l’opener “Disease Of Men”, assimilabile ad una sorta di toccante preghiera, in cui si parla in termini espliciti di quella che può ritenersi la malattia dell’uomo, la violenza contro tutti gli altri esseri; sullo sfondo, in singolare accostamento, le parole dell’ultima intervista di una nota serial killer statunitense, Aileen Wuornos, mandano segnali inquietanti. La seconda traccia, “Suffer Forever”, riparte con solenni suoni d’organo e fornisce un’ulteriore prova delle incredibili doti vocali di Hayter; ma il vero gioiello del lotto è la seguente “That He May Not Rise Again”: dopo un breve inciso, l’esordio in chiave noise è letteralmente un’esplosione di rumore e, passato qualche minuto di sbigottimento, l’ingresso della voce da ‘usignolo’ ci trasferisce momentaneamente nel mondo dell’opera; dopo poco, tuttavia, ritorna la violenza aggressiva di beats ‘marziali’ che accompagnano la crescente disperazione del canto fino a giungere a grida di dolore di intensità tale da fare invidia a Diamanda Galás e, poi, a un vero e proprio pianto di angoscia. “The Chosen One (Master)”, come la distruzione precedente avesse fatto scempio di ogni forza, incede su pacate note di piano e, infine, “Bad Boys”, improbabile cover di un brano del 1987 del gruppo reggae Inner Circle, conclude con cadenze da condanna a morte un album sconvolgente, da ascoltare assolutamente.

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