Myrkur: Mareridt

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Benchè Myrkur sia il termine islandese per ‘oscurità’, Amelie Bruun, una delle protagoniste del 2017 musicale e creatrice del progetto, è nata in Danimarca e attualmente si trova negli USA. Il suo stile non apparirà troppo sorprendente a coloro che seguano abitualmente l’americana Chelsea Wolfe, tuttavia le radici folk ed i legami con la mitologia e la cultura nordica sono in Myrkur più presenti e il loro abbinamento con un mondo oscuro e popolato di incubi, che costituiscono il nucleo di questo inquietante lavoro, Mareridt, diviene un amalgama affascinante e complesso che seduce e angoscia al tempo stesso. Tipica, in tale contesto, è l’alternanza fra momenti di grande delicatezza e lirismo, animati da archi, fra i quali la singolare nyckelharpa, strumento del folk svedese che la Bruun usa magistralmente, ed altri, caratterizzati da chitarre dai suoni decisamente estremi, che alludono invece a black metal e affini: se per i puristi la formula manca di coesione tanto da impedire una precisa attribuzione ad un genere, possiamo però riconoscere a questo eclettismo il merito di aprire orizzonti suggestivi, come già è accaduto con la musica di Chelsea Wolfe, cui la nostra deve molto, e all’artista la capacità di trasmettere in totale schiettezza al pubblico l’inquietudine e i turbamenti che sembrano far parte del suo mondo interiore, con risultati spesso emozionanti. Se consideriamo l’opener “Mareridt”, per esempio, lo scenario che vi troviamo è intimista e spirituale, legato a forme folk – ma anche ambient – rarefatte e oniriche ma non prive di tensione. La seguente “Måneblôt” opta per sonorità vicine al (black)metal cariche di rabbia ma la radice folk non è del tutto assente e culmina nelle note intense degli archi, mentre “The Serpent” è uno dei pezzi più personali, dove chitarre veementi, ritmiche tribali e canto appassionato si ‘sposano’ in una miscela unica. Ma è impossibile non restare colpiti dalla tristissima e bellissima “Crown” e dal suo esordio lento e cadenzato che conduce ad una prestazione vocale stupefacente con lo sfondo di archi e piano vagamente allucinati o dalla successiva, dirompente “Elleskudt” che strizza palesemente l’occhio alla Wolfe di cui si diceva. Tuttavia il folk nordico produce sempre frutti meravigliosi, come si può vedere nella re-interpretazione del brano tradizionale “De Tre Piker” che toglie letteralmente il fiato e, poi, l’ombra di Chelsea Wolfe si ‘materializza’ nella tetra e un po’ spettrale “Funeral”, ove figura come ospite; in “Ulvinde”, invece, sono angoscia e paura a ‘materializzarsi’ e il canto è un’esplosione. Infine, dopo aver abilmente sdoganato l’audace combinazione di chitarra e drumming furiosi e voce eterea in “Gladiatrix” e averci donato un breve, misterioso intermezzo di scandinavo folk (“Kætteren”), con le sonorità sinistre e tenebrose e i cori spettrali di “Børnehjem”, Bruun ci lascia a dimenarci nella notte.

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