Protomartyr: Relatives In Descent

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Nel 2017 è uscito il quarto lavoro degli americani Protomartyr; si tratta di un disco di grande rilievo e se ne è parlato molto in giro, solitamente in termini positivi. Partendo da una formula postpunk solida e ben legata al punk, il gruppo del Michigan (Joe Casey, Greg Ahee, Alex Leonard e Scott Davidson) ha da tempo sviluppato uno stile originale che, proprio con Relatives In Descent, sembra essere giunto a ‘maturazione’ aprendosi a diverse influenze e ‘disegnando’ scenari energici, spesso di una certa veemenza, quasi sempre emozionanti per la capacità di unire momenti anche molto differenti fra loro all’interno di uno stesso pezzo. Inoltre, la qualità della voce di Joe Casey e le sue tonalità baritonali hanno una notevole suggestione e hanno suscitato accostamenti di pregio come per esempio Mark E. Smith dei The Fall o, addirittura, Nick Cave. Tutti questi aspetti sono già presenti nella bella opener, “A Private Understanding”: esordio tesissimo con drumming potente, note di piano ‘stralunate’ e il vocalist, oscillando fra canto e declamazione, racconta parole pesanti; il brano cresce via via di intensità, grazie anche alla chitarra impetuosa, ma la sua forza è interrotta da brevissimi momenti acustici in un modo davvero insolito. Nella seconda traccia, “Here Is The Thing”, è ancora la parte vocale a risultare sorprendente, quasi precedendo la musica con tale foga e concitazione da sembrare un’invettiva e, dopo, la cupa e ‘affannata’ “My Children” potrebbe, da sola, convertire al postpunk anche chi non l’abbia mai sentito. “Caitriona”, poi, sposta l’attenzione sulla chitarra, sbandierandone tutte le possibilità, mentre “The Chuckler” propone ancora una volta un fosco scenario di impronta, per così dire, melodica. Quindi, dopo un ulteriore esempio di insuperabile varietà di stili (“Windsor Hum”) e l’invincibile spirito punk di “Don’t go to Anacita”, troviamo l’‘allure’ polemica di “Up The Tower” – a quale Tower si voglia qui alludere non dovrebbe essere difficile immaginarlo – e la malinconia ricca di dissonanze di “Night-Blooming Cereus”, forse l’unico brano più dark che pungente. Delle restanti, mi limito a menzionare soltanto l’ultima, “Half Sister”, che chiude con parole di pessimismo, chitarra in gran forma e colori scurissimi un album che forse non piacerà a tutti ma di certo non finirà tanto in fretta nell’oblio.

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