The Soft Moon: Criminal

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Esce in questi giorni per la prestigiosa etichetta Sacred Bones Criminal, il nuovo lavoro di Luis Vasquez aka The Soft Moon, a distanza di tre anni dal precedente Deeper . Possiamo subito osservare che il nostro si sta dimostrando un modello di coerenza e rigore in quanto anche questo album, ansiosamente atteso, come si può immaginare, dal gruppo ormai folto dei suoi seguaci, sembra continuare l’oscuro percorso che Vasquez ha fatto proprio fin dagli esordi. Rispetto a Deeper,  tuttavia, l’ispirazione pare spostarsi nuovamente verso lidi tempestosi e intrisi di rabbia, lasciandosi alle spalle l’intimismo catastrofico e disperato che, tre anni fa, pervadeva ogni nota. I dieci brani di Criminal sono più ‘perfidi’ e nervosi, spesso addirittura arrabbiati, e della melodia non rimangono che ‘passaggi’ dal clima talmente tetro da risultare, in verità, ben poco accattivanti. Vediamo nel dettaglio: l’opener “Burn” rende riconoscibile, oltre alla cattiveria molto noise di cui si parlava, un senso di sofferenza travagliata che sembra ormai far parte della personalità di Vasquez e che egli riversa nei toni tormentati del canto. Subito dopo, “Choke” tende invece a ‘sposare’ la ‘causa’ industrial con sonorità che paiono risentire di un’inattesa ‘frequentazione’ dei NIN, da molti evidenziata: lo scenario diviene, se possibile, ancora più freddo e spietato, i suoni elettronici tipicamente opprimenti e scanditi da una ritmica ossessiva. Ma l’indole di The Soft Moon non sarà mai quella di un mero imitatore e così troviamo la straordinaria “Give Something” con il suo mood melodico/robotico animato da suoni apparentemente sconnessi oltre che da una parte vocale insolitamente eterogenea, che apre un nuovo fronte. Le sorprese non finiscono e arriva la disturbante ma geniale “Like a Father”, violenta e martellante come un pezzo techno in cui però emerge anche la chitarra con fraseggi malinconici e ripetitivi creando effetti tutti da ascoltare; dopo il più che godibile intermezzo darkwave – e quanto dark! – di “The Pain”, “It Kills” offre una pausa in stile ‘depresso’ che non sarebbe stata fuori luogo in Deeper anche se il contesto più ‘pacato’ è comunque intervallato da passi tumultuosi e sferzanti. Infatti, con la strumentale “ILL” il ‘rumore’ trionfa ancora una volta fino allo spasimo, mentre la tesissima “Young” è un profluvio di ritmica marziale che emana un’angoscia senza respiro e “Born Into This” oscilla fra dolore e pura violenza industriale. Infine, la title track con il suo incedere cadenzato, qua e là un po’ fragoroso, ed un fascino vagamente ipnotico conclude efficacemente un disco bello e di certo molto valido anche se, forse, non raggiunge le vette di Deeper. Probabilmente non sarebbe stato possibile…

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