Sol Invictus: Necropolis

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A distanza di 4 anni da Once Upon A Time esce il nuovo disco dei grandi Sol Invictus del bardo Tony Wakeford intitolato Necropolis. Si tratta quasi di un concept dedicato a Londra e al Tamigi, visto come una sorta di serpente che attraversa la città. La sua è una “visione” molto decadente della metropoli britannica in cui si sottolinea la perduta grandezza di quella che fu la capitale di un glorioso impero. A livello personale ho avuto la reminiscenza, durante l’ascolto di Necropolis, di un libro dello scrittore gallese Arthur Machen ovvero L’avventura londinese o l’arte del vagabondaggio: vi ho trovato la stessa nostalgia per un tempo perduto e per la scoperta di angoli nascosti di Londra. Tra l’altro il titolo Necropolis fa riferimento a una linea ferroviaria sotterranea che collegava Londra con il cimitero di Brookwood fra il 1854 e 1941. In ogni caso il termine è da leggere anche in senso metaforico come la “visione” cupa che ha Wakeford della città stessa. Come nel precedente, discontinuo lavoro, anche in quest’occasione troviamo alle chitarre Don Anderson, ex membro degli Agalloch – influente gruppo black-metal americano – che contribuisce, in alcuni momenti, a dare un tocco duro ed elettrico al suono come nella splendida “Nine Elms”, tipico brano in stile Sol Invictus, e nella concitata “Turn, Turn, Turn”. Wakeford si avvale anche delle voci del Green Army Choir mentre, come di consueto, spicca la sua voce. Manca purtroppo Andrew King, il cui contributo era stato importante nella produzione passata dei Sol Invictus. Tuttavia, rispetto a Once Upon A Time, le idee sembrano più a fuoco: non siamo così distanti, in qualche brano, dall’atmosfera di capolavori come “In The rain” e “The Blade”. Notevoli anche brani come “Serpentine”, “The Last Man” e “Kill Burn” ma, in generale, Necropolis è un buon lavoro che ci riconsegna i Sol Invitus in tutto il loro splendore. Speriamo che non si tratti, come si vocifera, del loro disco di commiato. Caldamente consigliato a tutti i seguaci del Culto del Sole Invitto.

 

 

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1 comment

  1. Christian Princeps 14 aprile, 2018 at 18:51

    L’ossessione di Wakeford per Londra ritorna spesso nei suoi dischi ; nel 2005 in “Devil’s Steed”vi era una canzone come “Old London weeps”dove si lamentava la decadenza della città(metafora del declino dell’intera Inghilterra) ; l’anno dopo inserì tre canzoni dei Sol Invictus in un antologia dedicata alla città(erano presenti anche brani dei nostri Rose Rovine e Amanti e dell’ Andrew King solista).
    Dulcis in fundo,anche l’ultimo,discreto ma non eccezionale,”Once upon a time” aveva la storia della capitale inglese come riferimento (a partire dal devastante incendio del 1666 fino ai bombardamenti tedeschi nella seconda guerra mondiale…). Questo disco è un omaggio particolarmente sentito,ed è anche un lavoro molto sentito dal cantante(forse perchè potrebbe veramente essere l’ultimo del Sole Invitto).Tuttavia ,vi è un generale senso di incompiutezza(forse voluto)in molte delle canzoni dell’album.Lavoro molto interessante,ma inferiore rispetto ai capolavori degli anni ’90 ; così come dalle raffinate prove degli anni 2000,con strumentisti eccelsi come Howden o Rogers ; oppure da quel “The Cruellest month”che non mi convinse subito all’epoca,ma che adesso credo vada considerato tra le opere più importanti del combo inglese(con un Andrew King in formazione al massimo della forma).

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