Votiva Lux: Solaris

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Mi ricordo che agli inizio degli anni ’90, quando abbiamo cominciato le nostre attività per Ver Sacrum, i Votiva Lux erano l’unica band dark attiva a Bologna: fuori dal mitico (?) Condor Club di Modena forse c’è ancora scritto sul muro con lo spray il nome del gruppo. Dalle atmosfere catacombali, un po’ di maniera, delle prime canzoni, ad esempio il loro brano-manifesto “Votiva Lux” ripreso in modo molto efficace nel ’96 sull’album Il canto del cigno?, il gruppo è giunto a questo Solaris e il passo è stato tutt’altro che breve. Ormai di oscuro i Votiva Lux non hanno più nulla, ma si muovono sulle note di una musica pesantemente influenzata dalle tendenze post-rock, con qualche accenno di psichedelia qua e là (se non altro per aver chiamato una canzone “Il villaggio degli uomini fungo”). Oddio, ad essere precisi uno può riconoscere anche qualche tocco new wave (ascoltate ad esempio “Inishmore”, non a caso il brano che ho trovato più interessante) e addirittura folk (“Inisheer”), ma in generale le ispirazioni della band sono indubbiamente altre. Tutti i pezzi qui presentati sono strumentali: nell’iniziale “Ffair” compare la voce ma solo per intonare dei vocalizzi. Senz’altro la “voce” più presente è quella delle chitarre, suonate con tecniche ed effetti diversi: appare perciò un po’ atipico il pezzo che chiude il disco, “Inishmaan”, tutto giocato su dei semplici arpeggi di piano elettrico. Di questo disco posso solo dire che è ben suonato, ben prodotto ma soprattutto che è piuttosto noioso: pare che Wayne Hussey lo abbia giudicato “il miglior album chitarristico dell’anno”. Il che, se notate bene, non è la stessa cosa di dire “il miglior album dell’anno”…

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