Pilori: Zeit Des Lichts

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Ver Sacrum Ascoltavo “Die Zeit des Lichts”, mentre gocce di pioggia rigavano i vetri incrostati di polve. Il mio sguardo smarrito seguiva distratto quelle enigmatiche lagrime traccianti arabeschi bizzarri, e la musica fluiva solenne nell’aere percosso dalla tormenta. Poscia, la voce di Marion irruppe fra le pareti bianche della stanza spoglia, lama di luce squarciante i nembi turbinanti. Come il mio animo. “Zeit des Lichts” è un lavoro superbo, scarno nelle orchestrazioni quanto intenso. Marion Urbach canta divinamente, utilizzando una varietà di timbri che di volta in volta si adattano, aderendo come un sudario, al tema proposto, ispiratissima musa (in “Dunkelheit” bastante è il suo vocalizzo ad empìre di pathos un brano sì essenziale nella sua architettura), e Gernot Musch, l’austero complice della nostra, disegna ballate pregne di maestosa severità. Ascoltateli in “Tombstones”, ed il silenzio celi per sempre i segreti ch’inquietano le vostre coscienze. E’ il sentimento, il più puro, a prendere il sopravvento in queste semplici composizioni, romantiche, melancoliche, decadenti. Apocalittiche. “Snake and rune”, “Todo=Nada” (recitato da Morpheus, su liriche di Pedro Calderon de la Barca, da “La vida es sueno”), la citata “Tombstones”, la cupissima “Precatio Milis” (da una preghiera pei defunti in uso in Germania), “Winterheart”, “…Que Je Dorme” (da poemi di Louis Aragon) non esibiscono inani orpelli, spogliate come sono d’ogni gesto superfluo. Scarnificate, espongono il cuore, ripudiando la tetra ratio. E così sia!

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