Coil: The Remote Viewer

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Ver Sacrum Il lavoro in questione è stato stampato in sole 500 copie ed esclusivamente distribuito ai concerti del tour della primavera passata: pur sapendo che tali affermazioni hanno, in genere, la stessa affidabilità di una dichiarazione programmatica di governo in campagna elettorale, nell’emozione del post concerto non ho potuto fare a meno di prenderlo e non me ne sono affatto pentito. Continua infatti l’impressionante serie di lavori di questo gruppo che ha fatto la storia della musica industriale, con un lavoro costituito da tre lunghe suite elettroniche (due superano i venti minuti, una ne dura “solo” otto) in perfetto stile Coil: nel primo brano colpisce il suono di una cornamusa su basi elettroniche non ritmate, che ricordano i suoni minimali di Worship the glitch. Il secondo brano è un collage di suoni tratti da chissà dove, sul cui sfondo sono presenti quei rumori ciclici e ripetitivi che tanto erano cari ai primissimi gruppi industriali, sul finire degli anni ‘70. Nel terzo ed ultimo brano si fa notare un improbabile quanto azzeccattissimo ritmo mediorientale a base di tablas, che fa da base alle divagazioni soniche del gruppo inglese. La coerenza con cui i Coil continuano a portare avanti la loro ricerca non finisce di stupirmi, d’altra parte vale forse la pena ricordare che Peter “Sleazy” Christopherson era considerato dallo stesso Genesis P-Orridge il “teorico” dei Throbbing Gristle, colui che era deputato a controllare che il progetto seguisse la strada giusta: questo lavoro dimostra, una volta di più, che musica industriale e techno sono ancora oggi due realtà distinte e la cosa non può che rendermi felice.

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