Blackmore's Night: Ghost Of A Rose

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Ver Sacrum Prendete un chitarrista universalmente celebrato come Lord Ritchie Blackmore; affiancategli una biondina dalla pulcra faccina, Candice Night, ch’è pure sua compagna di vita (ma a noi i gossip di bassa portineria poco o nulla solleticano). Eccovi serviti! Il nostro virtuoso, dai fasti roboanti dei Deep Purple e dei Rainbow, si dedica da qualche annetto alla musica che, lo affermava anche in epoche non sospette, questo a suo merito devesi sottolineare, più lo affascina, figlia del basso Medioevo e del Rinascimento. Ammetto di aver poco frequentato i due ed i loro lavori, accontentandomi di fugaci ascolti, tratti per lo più da compilazioni varie. Forse proprio la carriera onusta di glorie hard rock classicheggiante e ridondante del nostro incuteva in me un non so qual timore… Questione di gusti… Indubitabile, ovvio!, la perizia del nostro, l’esperienza gli permette di disporre del pentagramma a suo piacimento, a suo agio anche quando, è il caso di questo progetto, trattasi di evidenziare il lato sentimentale della musica. La bella Candice è dotata di vocina graziosa, ma assolutamente non esaltante come qualcuno pretenderebbe. Tante chanteuse meno celebrate meriterebbero maggiore attenzione! L’albo si apre con la bella “Way to Mandalay”, degna overture di un’opera da ricordare per più di un episodio: le riproposizioni di “Diamonds and rust” (Joan Baez) e di “Rainbow Blues” (dei Jethro Tull del folle menestrello Ian Anderson), la scherzosa “Cartouche”, la darkeggiante ed enigmatica “Ivory tower”, la title-track, eppoi “Where are we going from here”, melancolica riflessione sulla transitorietà dell’umano esistere, la corale “All for one”, adatta per le serate di baldoria attorno ad un desco imbandito, riscaldati dalle rosseggianti fiamme del focolare, dominata da un tema notissimo (portato alla ribalta da Angelo Branduardi, ma in Friuli altrimenti noto come “Scjarazzule marazzule”, ballo di donne libere al chiaror della luna, celebrazione della femminilità e dello spirito, altrocchè stregoneria come altri biechi vollero!), e la conclusiva “Dandelion wine”, delicatissima ballata. A volte emerge prepotente il passato rock di Blackmore, pronto a scatenare il suo estro, come nei brevi strumentali che non possono mancare, comunque imbrigliato a dovere tanto da non nuocere affatto. Ad ascolto ultimato, e ripetuto, non posso non nascondere un certo senso di appagamento. Perchè pretendere di più?

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