Nebula: Genesis

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“Questo è il resoconto di come tutto era in sospeso, tutto era calmo e in silenzio, tutto immobile, zitto e l’estensione del cielo era vuota.” Così inizia il Popol Vuh, libro che descrive la cosmogonia secondo la tradizione dei Maya a cui si è ispirato, per questo CD, il progetto Nebula, collaborazione tra cinque artisti che militano nelle scene dell’avanguardia e della musica d’ambiente. Probabilmente questo CD si trova ai limiti dei generi musicali normalmente trattati da Ver Sacrum, ma ritengo sia importante parlare di questo lavoro, un po’ perché esce per una giovanissima etichetta, la Stella Maris, che spero possa continuare a produrre lavori di questo livello qualitativo e un po’ perché, in fondo, i suoni espressi non sono poi così lontani da quelli del cosiddetto dark ambient; i componenti del progetto sono Klaus Wiese (tibetan singing bowls, steel cello, zither, gongs – musicista che sperimenta fin dai primi anni ’70: da ricordare la sua partecipazione al fondamentale Hosianna Mantra dei Popol Vuh), Oöphoi (ossia Gianluigi Gasparetti, synths, samplers, analog and digital processors), Tau Ceti (synths, crystal flute), Lorenzo Pierobon (harmonic singing, live electronics, real time sampler) e Mauro Malgrande (shakuhachi). Il CD contiene sette brani, di cui cinque sono lunghe suite ambientali che durano dai nove ai diciotto minuti e, tranne l’ultimo brano, sono uniti tra loro in un lunghissimo continuum sonoro. Il primo brano, una sorta di breve introduzione, è molto scuro e rituale, caratterizzato da suoni che ricordano quelli di un ottone dai suoni molto bassi cui si sovrappongono apparenti voci che si direbbero quasi filtrate attraverso un didgeridoo. Gradualmente il suono si discioglie in un delicato tappeto sonoro che introduce “Let There Be Light” su cui viene cesellato il lavoro delle singing bowls che massaggiano e accarezzano l’ascoltatore per tutta la durata di questo brano e del successivo “Floating Galaxies”. Suoni più inquietanti fanno nuovamente capolino nel quarto brano, “Time Vessels at the gates of forever”, che con un lento crescendo sembra accompagnare il respiro dell’universo. “Pulves et umbra” riporta la quiete giocando con strutture delicate e sottili che lentamente si sviluppano nella direzione di drones più profondi, portandoci al cospetto della lunghissima “The Secret Pools of Tepeu and Gocumatz”, caratterizzata in tutta la sua evoluzione da suoni gravi e profondi, che chiude il lunghissimo flusso di suoni. Un discorso un po’ a parte va fatto per la conclusiva “The Dawn of Man”, nella quale viene sperimentata l’aggiunta del canto armonico, che si sposa splendidamente all’impasto strumentale. Non mi rimane che consigliare l’acquisto di questo lavoro contattando l’indirizzo di posta elettronica, perché non so se viene distribuito attraverso i canali ufficiali.

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