John Foxx & Louis Gordon: Crash And Burn

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Ver Sacrum John Foxx è un nome che il solo pronunciarlo suscita emozioni. Il suo iniziale legame con gli Ultravox! primordiali induce la mente a ripercorrere antichi sentieri, quando, già sul finire del anni ’70, con gli XTC, la band costituiva l’evoluzione “razionale” dell’iconoclastia punk. Come dimenticare vere chicche come “Hiroshima Mon amour” o l’ipnotica “My sex”, che spalancavano nuovi percorsi sonori ad un pop rock ormai gemente sulle ceneri del proprio sterile autocompiacimento stilistico. La statura artistica di John Foxx emerse in tutta la sua entità all’indomani del suo allontanamento dalla mitica band (siamo nei primi anni ’80) ormai condotta dal nocchiero Midge Ure verso lidi diversi, anche se paralleli: Foxx si pone decisamente, con i suoi album Metamatic e In the garden ai vertici dell’espressione synth-pop, di cui i Depeche Mode saranno i più prolifici e mitici alfieri. A distanza di tanti anni, ormai, rivedere su un “occhiuto” cd (sulla cover è raffigurato un occhio) il nome che tanto calore ha saputo sprigionare dalle fredde tastiere a sintesi sottrattiva e dai primitivi sequencers, determina qualcosa di più della curiosità. Il cd si pone in gran parte “a distanza” dalle vecchie produzioni dell’artista. Le 12 tracks sono caratterizzate da un sound molto più vicino alla contemporanea EBM che ai fantastici orizzonti elettronici di un tempo: il ritmo elettronico la fa da padrone, e l’esecuzione mira soprattutto a suscitare vibrazioni fisiche che non stati mentali onirici. Difficile dire se ciò sia l’esito della normale evoluzione di Foxx, che conserva sempre la propria personalità espressiva, o più semplicemente un “occhiolino” (è il caso di dirlo, vista la cover) al mercato. È appunto il ritmo di alcune songs (come “Cinema” o “Side walking”) a ricordare la tecno dei nostri giorni. Lo stesso Foxx, che tanto s’ispirava nelle sue esplicazioni canore ai migliori David Bowie e Brian Ferry, fa sovente ricorso a filtraggi che modificano i toni caldi della sua voce. Raramente recupera la vena romantica del suo stile che imperava in In the garden, ed anche dove non si limita al cantato monocorde (ad es. in “Ultraviolet/infrared”), la sua voce si modella comunque sulla saltellante base elletrodance che percorre il sottofondo di quasi tutte le tracks. Il disco è comunque bello, prodotto, in coabitazione con Louis Gordon, senza tradire le radici elettroniche della tradizione ma scarnificandole all’essenziale; qua e là, tra le pieghe di un sound particolarmente sensibile al movimento del corpo, riecheggiano i deliziosi ricami sonori (ascoltate “She robot” oppure “Dust and light”) che solo un grande artista del synth-pop sa disegnare. Non c’è più il sinfonico romanticismo dei tempi andati, ma forse è giusto così!

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