Officine Schwartz: Ferrodolce

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Ver Sacrum Quando si parla delle Officine Schwartz, si parla di di una delle realtà più interessanti della scena industriale non solo italiana: da sempre molto impegnati in campo politico, sotto questo aspetto potremmo definirli i Test Dept italiani, da un punto di vista musicale sono sempre stati caratterizzati dall’interesse per le sonorità d’avanguardia e per la commistione di queste con elementi provenienti dalla tradizione, come i canti di fabbrica o i cori delle mondine. Questo nuovo lavoro interrompe un lungo silenzio discografico che perdurava dal 1997, anno in cui uscì il particolarissimo “L’Internazionale cantieri”, sempre pubblicato dal Manifesto. Stavolta sembra quasi che il CD sia uscito abbastanza in sordina, tanto che ero rimasto all’oscuro della sua stessa pubblicazione fino a pochi giorni fa. Devo dire che per digerire alcuni dei brani contenuti in questo nuovo prodotto discografico ci ho messo un po’ più del normale e alcuni dei brani sono ancora in una situazione poco chiara nella mia mente: infatti, la varietà dei suoni contenuti in quest’opera è notevole, richiedendo uno sforzo non indifferente per l’assimilazione. Il CD si apre con “Tunnel”, brano che mi lascia subito un po’ perplesso in quanto le ritmiche in stile trance-EBM mi riportano alla mente certi brani di Limbo più che i fasti industriali del passato del gruppo; segue “Blumambo”, già più interessante ma che ancora non mi convince appieno: uno stralunato mambo con ritmi sincopati e spigolosi, che probabilmente potrebbe rivelarsi migliore se ascoltato qualche volta in più; finalmente giunge “Elegìa”, una sorta di trip-hop con tenui innesti industriali e la bella voce Marina Ferrari che si mette in mostra; “Broncs” continua un po’ nello stile trip-hop, ma è forse un po’ più banale del precedente; “Scianz contemporanea” è una strana polka il cui titolo è ispirato all’opera di Andrea Pazienza: per quanto potenzialmente ricca di spunti interessanti (bellissimo il lavoro del clarino e i vocalizzi della cantante) e pur ricordando le amatissime sonorità dei Tuxedomoon, ha in sé qualcosa che mi lascia perplesso, soprattutto nell’uso della voce maschile; si cambia completamente registro con i successivi tre brani, registrati al loro concerto del 29 luglio 2001 a Reggio Emilia: “Meccanica rompighiaccio” è un luminoso esempio di musica industriale percussiva sullo stile dei Test Dept di un decennio fa al quale si lega direttamente “22 amici”, bellissima e intensa in perfetto stile Officine Schwartz: è esattamente questo che vorrei ascoltare da loro; più ritmica e danzereccia, la successiva “Corteo” mi riporta alla mente gruppi che hanno tra i primi esplorato la fusione tra suoni industriali e ritmi danzabili, come i Borghesia; “Scianz Ranx”, remix di “Scianz contemporanea”, non mi convince più del brano originale; chiude in bellezza “O.G.R. ferrodolce”, brano dedicato alle Officine Grandi Riparazioni delle ferrovie, splendido esempio di archeologia industriale che rischia l’abbattimento: il brano incede lento e solenne e al di sopra del suono delle lamiere percosse si alternano la voce femminile, un cantato in stile gregoriano e il clarino. Cosa dire in chiusura? Se tutti i brani fossero stati al livello dei migliori (i tre dal vivo e l’ultimo che da soli valgono l’acquisto) avrei gridato al capolavoro; purtroppo non è così e forse solo il tempo potrà farmi apprezzare alcuni dei brani che non mi convincono appieno.

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