In Mitra Medusa Inri: Darkness Between Us

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Ver Sacrum Gli In Mitra Medusa Inri nacquero agli inizi della scorsa decade per iniziativa del chitarrista e cantante Volker Rohde e del tastierista Holger Meyer. A loro si associò in seguito Michael Gronau (basso), e questa formazione, completata dall’immancabile drum-machine, registrò due ottime cassette (“In Mitra Medusa Inri” e “Magia Naturalis”). La stampa dell’epoca non mancò di paragonarli ai Joy Division, dipendenza resa ancora più evidente da brani come “The holy war”, molto affine stilisticamente ai classici di Ian Curtis e compagni. Dopo la pubblicazione del CD “Long forgotten world”, uscito sotto l’egida Spirit, li affidai all’oblio, serbando di loro comunque un ottimo ricordo, vivificato dalla melodica “Ocean blue”, una delle più belle canzoni mai composte dal gruppo tedesco. E’ trascorso da allora circa un decennio, nel frattempo hanno visto la luce “Commedia del Arte” (1998), l’omonimo mini del 2001 ed infine, nel settembre dello scorso anno, “Dreams”, Volker Rohde ha abbandonato i vecchi compagni, ai quali sono ora da attribuire in toto onori ed oneri compositivi/esecutivi, ed ecco che le nostre strade si incrociano ancora. La title-track apre il dischetto, una graziosa dark song resa sapientemente drammatica dalla sentita interpretazione di Volker. “Sometimes” chiarisce ben presto quali sono i contenuti dell’albo, asservito ai canoni del più classico (ormai) elettro-goth, con le chitarre a ritagliarsi a fatica un modesto ruolo di comprimarie. Il ritmo cala sensibilmente colla successiva “Stars”, per poi impennarsi ancora in “You came from the sun”. Quivi emergono riferimenti a storici gruppi quali Danse Society (belle linee basso-batteria, synth spaziale, cori in secondo piano). Più il tempo trascorre più la song mi piace! La scarna “Never shareing” si dimostra presto episodio trascurabile, ed è proprio la presenza di tracce troppo scontate come questa ad impedire a “Darkness between us” di decollare definitivamente. Un vero peccato perchè “Traces of the night” (a tratti vagamente sisteriana, alla “Body and soul”) e “Disappointment remains” si meritano la piena sufficienza. Fra umbratili ballate e vorticose fughe di sintetizzatori, Meyer e Gronau appaiono indecisi circa la via maestra da intraprendere. “Darkness between us” resta un buon disco, lasciando però nell’ascoltatore un vago senso di incompiuto. Si poteva pretendere di più!

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