Pankow

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Alex Spalck dei Pankow

Alex Spalck dei Pankow (foto di Christian Dex © Ver Sacrum)

Il ritorno sulle scene dei Pankow è indubbiamente un importantissimo evento in questo inizio di 2004, ancor di più visto che la formazione include buona parte dei membri storici, ovvero Maurizio Fasolo, Paolo Favati e soprattutto quel grandissimo cantante e performer che è Alex Spalck, tornato temporaneamente dal suo esilio nella lontanissima Australia. Il gruppo ha approntato un tour di 4 date in vari club della penisola, facendo registrare ovunque se non un sold-out clamoroso senz’altro una spasmodica attesa da parte di tutti i vecchi fan. La data di Prato è stata forse quella dove maggiore erano le aspettative del pubblico, sia perché è stata quella inaugurale di questo breve tour ma soprattutto perché qui il gruppo ha giocato in casa ed era perciò evidente che fra la gente accorsa c’erano molti amici dei musicisti giunti apposta per l’occasione.

Ero anche curioso di vedere questo nuovo locale, l’Anomalia Club, che si presenta già con una programmazione interessante: il posto è abbastanza grande, specie la sala dei concerti anche se ha un palco piuttosto basso. C’è un bar non molto grande e due sale chiuse che però sono state disertate ampiamente dalla gente presente, nonostante lì dentro si riuscisse a fare conversazione con più facilità.

In questo mini tour i Pankow sono stati accompagnati in ogni data da differenti gruppi di supporto, tutti italiani e provenienti dall’area elettronica, in una sorta di simbolica (e probabilmente involontaria) staffetta tra i “padri” e gli “eredi” del genere. La data di Prato è stata così aperta dai First Black Pope un terzetto, cantante, percussionista e tastierista, dedito ad un’electro molto potente e violenta, cantata con voce filtrata. Il riferimento più evidente dei tre musicisti è probabilmente dato dagli Hocico, sebbene non manchi una certa originalità nella loro proposta. Il concerto dal punto di vista musicale è stato assai convincente soprattutto per la potenza che i First Black Pope hanno espresso sul palco. Quello che però ha incuriosito di più i presenti è stato l’ardito look del gruppo, in pieno stile cyber fetish: il percussionista aveva la testa coperta da una calza a rete e suonava un pad sostenuto da una struttura di lamiera fatta a croce, mentre il tastierista portava una maschera anti-gas (ottima idea visto l’addensarsi del fumo nel locale, in barba alle leggi appena entrate in vigore…). Ma senz’altro quello più coreografico era il cantante: cappello da ufficiale nazista erto di spuntoni metallici e coperto da una specie di veletta fatta con una rete a maglie larghe, trucco in viso, pantaloni di pelle, tatuaggi ovunque, anche nel pingue addome, e infine una “stola” da sacerdote cattolico.

First Black Pope

First Black Pope (foto di Christian Dex © Ver Sacrum)

Questo abbigliamento ha scatenato i fotografi presenti nonché una vera troupe televisiva, probabilmente venuta apposta per filmare il gruppo dal vivo. L’entusiasmo di questi videomaker si è scatenato quando il cantante si è inginocchiato, ha alzato la maglietta e ha cominciato a fustigarsi le spalle. Fra questi “cameraman” ce ne era uno un po’ anomalo, un signore sulla cinquantina che con una piccola telecamera ha sperimentato delle riprese tanto ardite quanto buffe, compreso un lungo e ravvicinato primo piano del tatuaggio sulla pancia del cantante (prima lo avevamo visto fare un primo piano di 3 minuti sulle magliette in vendita nello stand di Transmission…)! Al di là di questi aspetti più folkloristici ho apprezzato la musica dei First Black Pope e spero di avere ancora modo di ascoltarli, magari su CD.

Smontata l’attrezzatura del gruppo spalla si spengono le luci e parte un video girato con uno stile abbastanza sperimentale, molto saturato nei colori e con riprese a scatti di spiagge e varie situazioni: il tutto era accompagnato da una musica d’ambiente in cui ogni tanto interrompeva un inserto vocale. Non era chiaro cosa tutto questo fosse: un video dei Pankow, la tesi di laurea di qualche studente del DAMS o il lavoro di un video-maker dell’area? Quel che è certo è che questo video era di una noia mortale, lungo, pretenzioso e soporifero e nonostante l’evidente insofferenza dei presenti è stato proiettato di seguito per almeno tre volte! Aiuto Pankow, dove siete finiti?!?

Finalmente le luci si spengono di nuovo e i Pankow salgono sul palco. I quattro tastieristi si dispongono a gruppi di due sui lati dello stage, in modo da lasciare spazio al centro all’istrionico Alex Spalck. In questo modo inoltre era ben visibile agli spettatori il grande schermo posto sullo sfondo, su cui per tutto il concerto sono state proiettate immagini, testi e video. I membri storici si posizionano con Maurizio Fasolo, alias FM, a sinistra e Paolo Favati sulla destra del palco: tra le numerose apparecchiature svettano anche due computer, un PC e un iBook della Apple (se siete lettori abituali di Ver Sacrum potete immaginare per chi dei due ho fatto “il tifo”…). Senz’altro solo i “geek” come me potevano far caso a questi particolari visto che tutti gli occhi erano puntati sul carismatico Spalck che si concentrava camminando nervosamente su e giù per il palcoscenico. All’attacco delle prime note Spalck ha gettato fuori dal palco l’asta del suo microfono: comincia così “Flamboyant”, la prima delle moltissime canzoni proposte tratte dall’ultimo CD del gruppo Life is offensive and refuses to apologise. Praticamente tutta la scaletta viene basata su pezzi presi da quest’album: seguono “I never thought of the consequences” e una bella e potente versione di “Escape from beige land”. Molto pregnante l’interpretazione di Spalck in “Ich bin (k)ein patriot” un pezzo anti-militarista dal testo in tedesco molto bello, mentre durante “Don’t”, forse la canzone più “facile” del nuovo album, viene proiettato un video con due provocanti ragazze abbigliate in stile fetish. Fra i brani più curiosi che sono stati eseguiti figurano “Tim the turtle”, una delle cose più atipiche di Life is offensive…, e “Se fossi Dio” un pezzo che non conoscevo, cantato in italiano con uno stile molto declamatorio.

Pankow

Pankow (foto di Christian Dex © Ver Sacrum)

Spalck sul palco è stato davvero incredibile e ha mostrato un’abilità di performer davvero unica: nel corso del concerto si è rotolato per terra, ha saltato, declamato, tenendo sempre in pugno l’attenzione degli spettatori. I suoi quattro compagni non sono stati da meno: nonostante si trattasse di un concerto elettronico, in cui ovviamente le basi e i sequencer non mancano mai, ampissimo spazio è stato dato alla sperimentazione e all’improvvisazione, con un approccio più vicino all’industrial che all’EBM classica. Il muro del suono che si è così prodotto è stato davvero incredibile, una cosa che capita raramente di ascoltare dal vivo con i gruppi elettronici. Se mai ce ne fosse stato bisogno i Pankow hanno dimostrato con questo concerto di meritare pienamente l’appellativo di band leggendaria.

La scaletta, come si diceva, ha dato spazio quasi completamente ai nuovi pezzi dei Pankow e il fatto di non ascoltare grandi classici come “Gimme more” o “Kunst und Wahnsinn” ha deluso un po’ molti dei presenti. Devo dire che rispetto alle versioni pubblicate su Life is offensive… i brani hanno guadagnato moltissimo nella veste live, acquisendo più potenza e struttura. Il concerto non poteva che concludersi con “Shutdown”, sempre tratta dall’ultimo CD, interpretata da Spalck tenendo una mano sugli occhi. Il pubblico ovviamente richiama a gran voce i Pankow che salgono ancora sul palco per un primo bis, che si conclude con una versione da brividi di “In Heaven”, la cover dalla colonna sonora di Eraserhead di Lynch presente nell’album dell’87 Freiheit fuer die Sklaven. Ma il pubblico continua a chiamare Spalk e compagni che tornano suonando, per la seconda volta nella serata, “Take it like a man”: il pezzo viene ancora più dilatato ed espanso rispetto alla prima interpretazione e termina in un crescendo in cui i synth producono sonorità sempre più aspre e incalzanti.

Il concerto si conclude così dopo circa un’ottantina di minuti e senz’altro l’impressione che ho avuto è stata quella di aver assistito ad un “evento”. Non so quale possa essere il futuro dei Pankow, visto che Spalck ormai vive stabilmente in Australia, ma mi auguro che questo breve tour italiano possa aver dato al gruppo la fiducia e la motivazione necessarie per andare avanti, visto che è evidente che i Pankow abbiano ancora tantissimo da dire e da dare, soprattutto su un palco. La speranza è che ci sia un pubblico, al di là dei vecchi fan, disposto ancora ad ascoltarli, perché, è certo, la proposta dei Pankow si discosta nettamente dall’elettronica che spopola oggigiorno.

Links:

Pankow – sito ufficiale

First Black Pope – sito ufficiale

Alex Spalck

Alex Spalck dei Pankow (foto di Christian Dex © Ver Sacrum)

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