Icon of coil: Machines are us

0
Condividi:

Ver Sacrum “Machines are us” è il disco che sancisce il passaggio di consegne tra Apoptygma Berzerk ed Icon of Coil sul trono di “re dell’EBM norvegese” ; mentre il gruppo di Stephan Groth sembra infatti aver imboccato una strada senza ritorno verso il declino (ed io solo so quanto ciò mi rattristi..), la band di Andy La Plegua ci consegna questo piccolo gioiello, un disco “manifesto” dell’EBM del terzo millennio. Dopo il breve intro “Comment v.2”, gli Icon of Coil assestano già il primo micidiale colpo con “Remove replace”, un brano irresistibile, destinato a divenire un classico del loro repertorio, e che dà il via ad una serie di ottimi pezzi pronti a spopolare sui dancefloor “oscuri”. La prima cosa che salta all’occhio in “Machines are us” è la durata (14 tracce per oltre 70 minuti di musica) nettamente superiore a quella dei due album precedenti, ma non si pensi che la quantità sia a scapito della qualità…. tutt’altro; questo terzo album è senza dubbio il migliore della discografia della band norvegese, con brani che spaziano tra momenti piu’ marcatamente “dance” (“Transfer complete”, “Dead enough for life”, “Existence in progress”) ad altri piu’ melodici “(“Faith : not important”, “Sleepless”). Il songwriting, pur mantenendo la freschezza e l’immediatezza dei loro primi lavori, dimostra anche maturazione e crescita con testi che continuano ad analizzare il rapporto uomo-macchina (ripercorrendo quindi le tematiche intraprese con “Soul is in the software”). Se è vero che escono tanti dischi mediocri e che il livello medio si è abbassato, “Machines are us” è il disco giusto per un’inversione di tendenza, un disco che propone quanto di meglio l’EBM piu’ “morbida” possa offrire in questo momento e che consacra gli Icon of Coil come una delle band leader del settore.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.