Cadaveria: Far away from conformity

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Ver Sacrum Già dalla line-up i Cadaveria presentano un pedegree davvero interessante: la cantante front-woman Cadaveria svolgeva il medesimo ruolo negli Opera IX, una delle band di culto della musica oscura del nostro paese, il batterista è invece il cantante dei Necrodeath, e dal medesimo gruppo proviene il bassista (a questi si aggiunge Baron Hrkonnen alle tastiere, apperentemente non proveniente da altre realtà): gente con una certa esperienza ed una certa storia, dunque. Infatti, nonostante il look e l’estetica dei componenti, nonché la cover-art, potrebbero farci pensare di essere di fronte all’ennesima black metal band stile Cradle of Filth, il lavoro di Cadaveria è davvero “far away from conformity”. La musica del gruppo affonda le proprie radici nella storia della tradizione oscura pesante degli ultimi trent’anni, miscelando influenze metal, hard, doom, dark, gothic e black in un amalgama originalissimo e sorprendentemente armonico e rigorso, in un’epoca in cui la contaminazione fine a se stessa e l’ecclettismo rabberciato sono scambiati per segni di una presunta originalità. Su tutto, poi, giganteggia l’appeal di Cadaveria che dimostra una notevole versatilità vocale, passando da raschianti tonalità black, al growling in puro stile death, a partiture melodiche intonatissime. In tutto nove pezzi caratterizati da una produzione impeccabile, dovuta agli stessi produttori svedesi di Dimmu Borgir ed In Flames. “Blood and Confusion”, la canzone di apertura, è un sostenutissimo pezzo di oscuro death metal, con notevoli pause arpeggiate. Il successivo “Eleven Three o Three” è un crossover fra sonorità thrash, death e black, sostenute da una poderosa sezione ritmica, dove Cadaveria dimostra al meglio la sua sorprendente versatilità vocale e che peraltro si conclude a sorpresa con citazioni molto seventies. Ma è con la straordinaria “Irreverent Elegy” che le influenze sabbathiane si fanno più sentire, insieme a ricami di inserti acustici al limite del folk. “The Divine Rapture”, invece, ci fa tornare nel mezzo di sonorità di ascendenza black, ma cadenzate e spiraliformi: qui la vocalist è talmente versatile da sembrare due persone diverse. Con “Omen of Delirium” si torna dalle parti dell’oscurità doom, ed ancora Cadaveria impreziosisce il pezzo con la sua espressività. E arriviamo a “Call Me”, strepitosa, ironica cover di Blondie, che dimostra ancora una volta come il gruppo abbia una memoria che va un poco più in là dell’altro ieri. “Out body Experience” è pura furia black, ma sostenuta da ritmiche e arpeggi thrash molto tecnici, e raddolcita dalle melodie acustiche e dalla voce. “Prayer of Sorrow” gioca col thrash/death metal granitico e cupo mentre la finale “Vox of Anti-Time” mi pare significativamente rimandare alle sonorità dei primi Paradise Lost. Dunque un lavoro splendido, ricco, citazionistico ma anche estremamente originale, oscuro e pesante. Da avere

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