Isabella Santacroce

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LuminalEra la prima volta che approcciavo questa giovane autrice molto osannata negli ambienti letterari tra la nuova schiera degli scrittori “pulp” (o siamo già al “post-pulp)? Dopo l’esordio con Castelvecchi nel 1995 di Fluo, storie di giovani a Riccione e il romanzo Destroy del 1996 Isabella Santacroce è arrivata ormai alla sua terza fatica, Luminal, per l’appunto. A farmi decidere ad acquistare questo libro non è stato il desiderio di leggere una scrittrice che si sente sulla bocca di molti, né l’idea autolesionista di approcciare la pur sempre ostica “letteratura italiana contemporanea”, tanto più se “giovanile”, quanto molto più semplicemente la presentazione in terza di copertina che accennava alla storia di due ragazze diciottenni divine e demoniache, dedite al sesso estremo, che viaggiano tra Zurigo, Amburgo e Berlino etc…

Devo dire che il primo impatto con la lettura è stato alquanto burrascoso: non amo infatti la sperimentazione linguistica, mi piace chi scrive in modo chiaro, scorrevole e possibilmente elegante, molto aggettivato, e i miei modelli di riferimento rimangono gli autori ottocenteschi (da Poe a Maupassant, Le Fanu, Stoker etc). Capirete cosa vuol dire trovarsi davanti una scrittura che rifiuta tutte le regole della punteggiatura (non usandola quando serve o usandola in modo anomalo quando non serve), che utilizza termini estremamente volgari e scurrili, che è assolutamente asciutta per non dire secca. Inoltre l’autrice mischia in una sola frase pezzi di dialogo, descrizioni iperrealistiche, slanci lirici, deliri mentali, in un calderone che all’inizio mi è sembrato veramente senza un senso.

Poi, piano piano, superata la prima fase di avversione condita da una forte tentazione di mollare il tutto, ho capito che esisteva un ritmo interno al libro che bisognava cercare di assecondare per dare una logica alle singole frasi, e così un po’ alla volta mi sono assuefatta a questo tipo di scrittura, tanto che alla fine l’ho trovato anche interessante pur nella inevitabile osticità. Infatti ben si adatta nella sua anti-narratività ai contenuti del romanzo che descrive la vita davvero trasgressiva e sempre “sul filo del rasoio” di due giovani ragazze, Demon e Davi, che hanno scambiato il giorno per la notte, i banchi di scuola per i locali porno, e che si cibano di “Luminal”, nuova droga dello spirito. Il loro affetto reciproco, i ricordi di un’infanzia ormai lontana e della madre che madre non è mai stata (ed allora al suo posto si erge come un’antica divinità pagana la Luna, la Grande Madre) cocciano e si scontrano con la crudezza della realtà presente che le ha trasformate in bambole oggetto pronte a soddisfare le voglie sessuali di chiunque capiti a tiro. Vestite di latex nero, scarpe alte e carnagioni iper pallide sono infatti delle bambole fetish/dark che si muovono di continuo come una sorta di sonnambule tra un locale e l’altro (i cui nomi, da “Siouxsie and the Banshees” a “Miranda Sex Garden” a “Tuxedo Moon” non possono che farci sorridere), tra una città e l’altra in cerca di non si sa bene cosa, forse solo di un modo di sopravvivere. Ma nella loro vita esistono solo due cose: sesso e morte, e l’una attira inevitabilmente l’altra, come le due parti di un’unica verità. E così in qualche modo tutti i personaggi che si muovono intorno a loro sono trascinati in questo vortice oscuro che li porta alla distruzione, quasi sempre compiuta per propria mano. E non è un caso che il libro si apra con una lunghissima lista di celebri suicidi (tra cui Ian Curtis, Kurt Kobain, Mishima, etc) a cui viene dedicato il libro. E non è un caso nemmeno che il romanzo si chiuda proprio con le due protagoniste che decidono di mettere fine alla propria esistenza (o forse solo a quell’esistenza che il Luminal aveva creato al posto loro) aspettando insieme in mezzo a un parco la luce del sole, che le trafiggerà come vampiri al sorgere dell’alba…

Insomma un romanzo delirante, oscuro e violento fino al limite del sopportabile, crudo e realistico, ma anche estremamente lirico e surreale, che viaggia, tra le note di Marylin Manson, David Bowie, Suede, alla ricerca della sublime bellezza nascosta nella più squallida realtà e conseguita attraverso la lucida distruzione di se stessi.

Isabella Santacroce: Luminal, i Canguri, Feltrinelli, 1998, Lire 20.000.

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