Morrissey: You are the quarry

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Ver Sacrum Per chi (come me) ha amato gli Smiths, ogni nuova uscita discografica di Morrissey rappresenta un piccolo evento, ancor piu’ oggi che, dopo sette anni di silenzio, l’ex cantante del leggendario gruppo di Manchester dà alla luce quello che non esito a definire come il miglio disco della sua discografia. “You are the quarry” è un disco dal sound e dai testi graffianti come ai bei tempi, impregnato di un “mood” tipicamente britannico che spazia dalla critica polito-sociale all’amore, alla malinconia, alla disillusione. Il disco si apre con “America is not the world”, brano decisamente politico ed anti-americano dove Moz, senza tanti giri di parole dice che ” un Paese dove il presidente non è mai nero, donna o gay non ha niente da dirmi…..”, “… avete inventato l’hamburger, beh, sapete dove potete mettervelo….” ; non è da meno “Irish blood, english heart”, primo singolo che in due minuti e mezzo è piu’ effiace di tanti discorsi polito-patriottici : “sto sognando di un tempo in cui essere inglesi non significhi essere malvagi, e non faccia provare vergogna o sentirsi razzisti e parziali..” , per poi sparare bordate su conservatori e laburisti passando per Oliver Cromwell e riservando il colpo di grazia alla famiglia reale. La successiva “I have forgiven Jesus” ci porta in una dimensione piu’ intimista per un brano dalla struggente malinconia; colma di nostalgia è “Come back to Camden”, il cui testo è una sorta di omaggio ad alcuni clichè che in bocca ad altri risulterebbero stucchevoli, ma che Morrissey rende unici : “bevendo un tè col sapore del Tamigi….. dove i tassisti non smettono mai di parlare, sotto un grigio cielo vittoriano”. Si torna a mostrare la grinta in “How Could Anybody Possibly Know How I Feel?”, dove dice testuale “ho avuto in faccia 15 miglia di merda e non mi è veramente piaciuto…… come potete pensare di sapere come mi senta ?” ; secondo alcuni questa frase sarebbe riferita alle stroncature ricevute dai precedenti album solisti di Morrissey, escludendo solo il primo “Viva Hate”, sicuramente il piu’ popolare ed il piu’ atteso, visto che seguì di poco l’inopinato scioglimento degli Smiths. Storie di malavita cantate con aria scanzonata (un po’ come quando in “Panic” si invitata a “bruciare le discoteche ed impiccare i djs”) affiorano in “The first of the gang to die”, mentre la conclusiva “You know I couldn’t last” fornisce ancora una volta a Morrissey l’occasione per polemizzare con certa critica musicale “…la chiacchiere possono ferirti, ma le parole stampate possono ucciderti” oltre che a manifestare una certa insofferenza verso i meccanismi dell’industria discografica (come già sapientemente fatto ai tempi degli Smiths, nel brano “Paint a vulgar picture”). “You are the quarry” ci offre quindi un Morrissey in grandissima forma, capace di emozionare come ai bei tempi che furono (chiaramente mi sto riferendo all’epopea degli Smiths), confermandosi come autore di testi sempre arguti e profondi, sia che usi l’arma dell’ironia o quella della poesia piu’ struggente, in cui moltissimi possono riconoscersi ed è proprio in questo che risiede la sua forza. Bentornato mr. Morrissey……..

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