Equimanthorn: Second sephira cella

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Ver Sacrum Questo degli Equimanthorn è uno dei numerosi casi in cui l’apparenza può facilmente ingannare: a giudicare dalla copertina avrei tranquillamente scommesso che il CD in oggetto contenesse brani black metal o, al limite, una commistione di questo genere con sonorità dark ambient, nello stile di svariati gruppi nordeurpoei. In realtà, pur essendo le origini culturali del gruppo calate nelle forme estreme del metal (i suoi membri fondatori provengono, infatti, dalle fila di gruppi che rispondono a nomi come Absu e Melechesh, ai quali recentemente si sono aggiunti due personaggi che dovrebbero essere noti ai lettori di Ver Sacrum, cioè Mark e Michael Riddick, dei The Soil Bleeds Black), le sonorità contenute in questo CD si discostano sostanzialmente da quelle di musicisti come Burzum e cose simili. Personalmente è la prima volta che mi imbatto in questo gruppo, ma ho scoperto che ha prodotto già diversi lavori, sotto forma di nastri e CD e, a parte una ristampa in CD dei vecchi demo tape, questo è il primo nuovo lavoro da qualcosa come nove anni. Second Sephira Cella è un disco che ruota completamente intorno a una tema: quello delle antiche religiosità pagane del vicino Oriente, in particolare su quella sumerica. Tema difficile da trattare, vista la conoscenza piuttosto superficiale che abbiamo di questi argomenti e il rischio di inciampare in facili banalizzazioni: gli Equimanthorn decidono di correre il rischio e, pur sfiorando il baratro in diversi punti, riescono a tirarne fuori un gran bel disco, caratterizzato da atmosfere molto pesanti: una sorta di lungo rituale magico dedicato a divinità ctonie da tempo dimenticate o, più correttamente, riprese dal primo cristianesimo e trasformate in demoni infernali, i cui versi sono sussurrati più che declamati, in cui la voce mostra sofferenza più che imperiosità. Dal punto di vista musicale, siamo dalle parti del dark ambient più etereo: nessuna concessione viene fatta alla melodia, ma numerose stratificazioni sonore fanno da sfondo alla voce recitante e alle altre voci che sembrano rispondere al sacerdote, voci spesso trattate ed elaborate in funzione del suono che devono andare a creare. Frequente è anche l’uso di strumentazione acustica, come il sitar (o si tratta del “sumerian bozouk” presente nei credits?) nella splendida “Rule of Utukagaba” o le numerose percussioni; a tratti il suono si amplia avvicinandosi alle progressioni tastieristiche dei vecchi gruppi progressive, per poi richiudersi nel suo cupo mistero. In altri momenti ci si spinge verso ritmiche e lidi più indistrial con venature psichedeliche. Nel complesso si tratta quindi di un lavoro ricco di influenze non facilmente distinguibili, non semplice all’ascolto ma nel complesso interessante, anche se forse un po’ pretenzioso sotto l’aspetto tematico; per chi apprezza la musica ambientale che alterna i suoni elettronici a quelli acustici in stile etnico e non teme l’oscurità di fondo che pervade buona parte dei brani, questo può essere un acquisto consigliabile.

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