Haggard: Eppur si muove

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Ver Sacrum Una volta gli Haggard erano un quartetto tedesco di doom metal sperimentale aperto all’uso di strumentazione classica, e all’apporto di una soprano ora… ora sono una vera e propria orchestra: 17 (diciassette!!) elementi che aggiungono alla formazione metal canonica il suono di due violini, di un violoncello, di un violone barocco, di un flauto, di un clarinetto, di un clavicembalo, di un organo, un piano e di diverse percusioni antiche; per il cantato, oltre alla voce growl del cantante Asis Nasseri, gli Haggard si avvalgono di due soprano ed un tenore. Inoltre in questo disco danno il proprio apporto altri 9 musicisti ospiti fra cui un altro soprano, un alto, una altro tenore ed un baritono. Non ci credete? Date un’occhiata al booklet e li vedrete tutti lì, fotografati davanti alla porta etrusca di Volterra. Eppur si muove è uno stupefacente concept dedicato alla figura di Galileo Galilei e ai suoi rapporti con i dogmi del cattolicesimo, che sprizza dichiarato amore per la cultura italiana e per la musica antica (barocca sopratutto) da ogni traccia. Ma gli Haggard sono riusciti a non lasciarsi prendere la mano da virtuosismi tecnici sterili (cosa che pure tanto dispiegamento di mezzi poteva rendere possibile) e da un intellettualismo fine a se stesso, riuscendo a mantenere per l’intera durata del disco una sorprendente potenza metal ed un’immediatezza e una facilità d’ascolto tutta rock. “Per Aspera ad Astra”, è un perfetto esempio di questa attitudine: potenza granitica, ritmica poderosa, perfetta amalgama con gli archi ed un arragiamento della partitura vocale (con alternanza growlin-soprano-tenore) che ha del miracoloso. Ma che dire di un pezzo come “Of a Might Divine”, in cui la citazione della struttura musicale antica, all’inizio al limite del folk, si trasforma in un indiavolato mid-tempo sostenuto dalla doppia cassa dove viola, violone ed oboe si rincorrono con l’agilità di chitarre elettriche? Ma anche in “The Observer”, l’aspetto gothic-doom-metal pare rivestire una struttura derivata dallo studio della musica vivaldiana o veneziana del ‘600-‘700. La bella title track poi, potente ed ecclettica, pare volere spingere al massimo le possibilità espressive degli Haggard; vi vengono infatti utilizzati quasi tutti gli strumenti a disposizione e quasi tutti i cantanti (con l’uso della lingua italiana), in un arrangiamento impeccabile. Splendido, da avere da parte di chi ha amato, ad esempio, i My Dying Bride, i primi Theatre of Tragedy, e da parte di chi, perché no?, ascolta gli Apocalyptica.

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