Persephone: Atma Gyan

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Ver Sacrum Davvero carino questo CD! L’insieme dei Persephone ruota attorno alla conturbante figura di Sonja Kraushofer, cantante dotata di voce davvero degna di nota, e costituisce un particolare gruppo allargato, contando su altri dieci elementi che si occupano della strumentazione. La presenza di viole, violoncelli, violini, didgeridoo e sitar, affiancati a quelli tradizionali quali basso, chitarra e batteria, contribuisce ad incuriosire ulteriormente l’ascoltatore. Il quale rimarrà senza altro affascinato da un lotto di ottime canzoni, tutte posizionate su livelli medio/alti. Si principia con “My music is gone”, intro acustica dalle ritmiche etno e dal cantato sussurrato (ripete il titolo), che ha il compito di introdurci all’opera. “Facing the ruins” è melancolico, quasi pop nella sua solo apparente leggera architettura, mentre in “Lost” a didgeridoo ed ad un percussionismo dall’esotico flavour tribale si affiancano voce e violoncello, disegnando una struttura molto particolare, dall’intensa drammaticità accentuata da un finale maestoso. Alla crepuscolare ballata “My sweetest pain” segue l’inquietante “Secret garden”: deviazioni elettronico/rumoristiche e recitato enigmatico. “Eternal grief”… oh, pare d’ascoltare un vecchio 78 giri! Lo sfrigolare del vinile, la grandiosità classica esaltata dagli stromenti interagenti colla soavissima voce di Sonja determinano un brano dal gusto assolutamente retrò! “Black widow” poggia ancora su d’una base dominata dalle percussioni, a tratti minacciose. “Our dreams” cresce collo scorrere dei solchi, giungendo ad un dinamico finale, allorquando il pezzo prende decisamente quota. La deliziossima “Shadow dance” induce a reiterati ascolti, in virtù di una personalissima rilettura dii sempreverdi rimembranti gli anni d’oro del folk-rock albionico, e le chitarre acustiche vanno addirittura a citare velatamente i seminali Cocteau Twins! “Lullaby” non avrebbe sfigurato su “Felt mountain” di Goldfrapp; si traveste d’atmosfera arcana, potendo inoltre contare su d’un apparato chitarristico degno del Michael Brook più ispirato. Un bel brano, nella sua semplicità formale suscita emozione pura. Giungiamo così alla title-track, degno epilogo d’un albo eccellente. Sonja canta con trasporto, gli archi fanno il resto, magia pura! Il finale c’induce a dondolarci mollemente, accoccolati a mirare estasiati la beltà offertaci dal sole all’occaso, morente su d’una distesa d’acqua dorata, appena increspata dalla brezza serotina.

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