Sanctum: Let's eat

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Ver Sacrum Avevo perso completamente le trace dei Sanctum ormai diversi anni fa, tanto da pensare che ormai il gruppo si fosse sciolto; mi sono imbattuto per la prima volta nella loro musica durante un festival Eurorock: ricordo che il loro concerto mi aveva colpito ma non del tutto favorevolmente, impressione che è stata in qualche modo confermata dall’ascolto di quello che era, fino ad oggi, il loro unico CD in studio: Lupus in fabula del 1997. All’epoca la loro musica mescolava influenze diverse: le sonorità tipiche di casa Cold Meat, il metal e, grazie alla voce della cantante, le morbide ed eteree ballate della tradizione folkloristica celtica e nordica; potrebbe sembrare qualcosa di molto interessante, se non mancasse all’insieme un elemento in grado di amalgamare le influenze, lasciandomi l’impressione di un insieme eterogeneo di sonorità. Ma veniamo al nuovo lavoro, una volta tanto iniziando dalla veste grafica: in copertina, la fotografia di un probabile tramonto virato in rosso, su cui si stagliano l’ombra di un rapace e il titolo; senza dubbio una bella immagine, che si distacca notevolmente dal resto del libretto: l’interno riporta i titoli dei brani come fossero scritti in un nordico taccuino di appunti e ne descrive la struttura tramite simpatici disegnini; non certo di ottimo gusto sono l’ultima pagina del libretto, un collage di foto e disegni legati al cibo, contornato da una cornice di fotografie di denti umani, e la stampa sul dischetto, riportante un collage con identica cornice al cui centro è però presente un trionfo di astici. La prima cosa che ho notato nel suono di questo nuovo lavoro è, purtroppo, l’abbandono delle influenze più morbide, melodiche e folk, ispirate dal canto femminile, mentre sono rimasti ben presenti i legami al metal-core, (nella voce maschile) e alla musica industriale sinfonica (nelle tessiture sullo sfondo e nella struttura ritmica) e si sono aggiunte tracce trip hop che, come spesso capita in questi ambiti, non sono state sviluppate abbastanza a fondo da dare una spinta innovativa al complesso del suono. Rimane però quella sensazione di fondo di imperfetta fusione degli elementi che avevo avuto all’epoca, sia nell’esecuzione dal vivo sia in quella su CD. Intendiamoci, si tratta di un prodotto di discreta qualità ma, a mio parere, non tra i lavori di punta dell’etichetta, che ha in passato prodotto lavori di livello più elevato: si alternano momenti di buon lirismo a periodi meno intensi in cui ho avuto una sensazione di disordine e incompletezza, come se si trattasse di una sorta di advance tape con versioni non ancora definitive dei brani.

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