Kutna Hora: Will or nothing

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Ver Sacrum Non è certo una novità il fatto che, negli ultimi anni, il cosiddetto “Folk apocalittico” o, come va di moda dire oggi, “Neofolk” ha attraversato un periodo di fortissima crisi, dovuta ad una generica mancanza di ispirazione, soprattutto da parte di alcuni dei “mostri sacri” del genere, Death In June su tutti. Privato dei propri ispiratori, il movimento si è trovato in un periodo in cui sono stati, a mio giudizio, sopravvalutati gruppi poco significativi, esaltati musicisti della vecchia guardia ormai privi di ispirazione, idolatrati personaggi che si limitavano scimmiottare i lavori migliori del passato. L’impressione è che recentemente, diciamo da un paio d’anni in qua, questa tendenza si stia riducendo, il numero di produzioni stia lentamente calando e stiano nuovamente emergendo i nomi più ispirati (ancora guidati da un nome storico, quello di Tony Wakeford, insieme a Matt Howden). Questi Kutna Hora, argentini se non vado errato, sembrano inserirsi a metà strada: non certo originalissimi né particolarmente ricchi di estro (caratteristiche, queste, di cui i due personaggi sopra citati sono molto dotati), ma nemmeno noiosi e stonati come alcuni gruppi del recente passato, i cui nomi preferisco tacere ma che hanno riempito il mercato con materiale degno di un gruppetto liceale alle prime armi. L’uso piacevole ma, purtroppo, quasi sempre in secondo piano di flauto e violino riescono ad impreziosire un pochino un suono altrimenti piuttosto piatto e semplice. C’è da dire che nell’uso di strumenti di questo tipo sono ormai viziato da musicisti che reputo notevolissimi (oltre al già citato Wakeford, penso al nostro bravissimo Edo Notarloberti), rispetto ai quali gli strumentisti qui presenti tendono a scomparire. Anche la voce solista non mi convince appieno, priva di timbriche particolari che possano aggiungere fascino alla miscela acustica. Però, nonostante una vistosa mancanza di originalità, non mi sento di bocciare il disco né di inserirlo mentalmente nel gruppo dei puri cloni; in effetti, si notano qua e là ispirazioni un po’ fuori campo (“Friend” mi riporta ad alcuni vecchi brani acustici dei primissimi Pink Floyd), e alcuni brani hanno il loro fascino (come l’ennesima cover di “Michael”, qui intitolata “Crazy Man Michael”, la strumentale “Wildes Heer” o “Oratorium”, che si distacca dal semplice folk avventurandosi in terreni più desolati). Gradevole è anche l’assenza, una volta tanto, di riferimenti ad ideologie e simbolismi ormai solo fastidiosi (peraltro utilizzati a sproposito), sia nella grafica sia, per quello che mi risulta, nei testi.

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