Ministry: Houses of the molè

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Ver Sacrum Dopo la lunga pausa intercorsa tra The dark side of the spoon e Animositisomina, i Ministry sembrano aver ricominciato a lavorare in pianta stabile. Forse una frase di Al Jourgensen può spiegarci il perché: “C’è un repubblicano alla Casa Bianca, e io scrivo buoni dischi solo quando ciò accade. Tutti gli altri fanno schifo.” A dire il vero, non mi sono messo a fare la spunta per vedere se concordo con lui, ma al di là di ogni dubbio, con il precedente CD, i Ministry sembrano essersi scrollati di dosso un periodo di relativa impasse e con questo nuovo lavoro sembrano essere tornati più rabbiosi che mai. Se Animositisomina aveva mostrato segni di ritorno verso i tempi e le sonorità di Psalm 69, tali segni sono ancora più chiari in Houses of the Molè; anzi, forse lo sguardo di Jourgensen si spinge ancora più indietro nel tempo, verso il fantastico The mind is a terribile thing to taste. Già la parte grafica colpisce: il simbolo chiamato “The great seal”, rappresentante una sorta di supermassoneria in grado di governare il mondo, è incastrato all’interno del simbolo dell’anarchia. Come la copertina, la nuova fatica dei Ministry è fortemente simbolica: tutti i brani, tranne il primo che si intitola “No W”, hanno titoli che iniziano per W (l’iniziale di “war” o il nomignolo dell’attuale presidente degli Stati Uniti?). Fin dal primo brano, come ai tempi di “NWO”, iniziano i campionamenti dei discorsi di Bush (padre nel 1991, W nel 2004). Tutto il disco è un’invettiva contro le scelte, le parole e la politica di George W Bush e nulla del suo operato rimane intonso: dalla scelta di iniziare una guerra insensata (“Wrong”, “Warp city”), all’utilizzo di tematiche religiose nei suoi discorsi (“No W”, “Waiting”, i numerosi campionamenti della sua citazione del salmo 23), come se lui fosse ispirato direttamente dall’alto (ancora “Wrong”). Non si risparmia nemmeno nei commenti diretti alla persona (“Worthless”), al suo volersi sentire ordinatore e demiurgo del “nuovo ordine mondiale” voluto da suo padre (“WKYJ”) e nel tentativo di spingere la gente a reagire (“World”). La metodologia usata è quella più tipicamente Ministry: pezzi violentissimi e devastanti, chitarre ultraveloci e campionamenti (una “Fortuna Imperatrix Mundi” ad alta velocità in “No W”, i discorsi di Bush e altro ancora) si alternano a brani più lenti caratterizzati da riff doom: lenti, pesantissimi e oscuri. I suoni in molti punti riportano alla grandeur di Psalm 69, e probabilmente non è un caso che compaia in più punti il salmo 23 (compresa la prima hidden track, versione alternativa del primo brano), o che la seconda hidden track sia proprio il brano numero 69. Sicuramente non si tratta del loro capolavoro né di un disco innovativo ma se amate il sound più duro e metal dei Ministry questo disco non vi deluderà. Concluderei la recensione con una frase detta da Jourgensen a chiusura dell’intervista su kronic.it: “Ai tempi di FilthPig e Dark Side of The Spoon ero nella mia camera a spararmi eroina nelle vene. Animositisomina è stato come aprire timidamente una porta per vedere cosa c`era fuori, nel mondo. Non mi è piaciuto quello che ho visto. Con Houses of The Molè ho aperto a calci la porta e sono uscito, a pugno stretto”.

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